Le parole e i conti che non tornano

 

Carlo Rezzonico

 

Capita spesso che uomini politici e commentatori, per giustificare comportamenti non irreprensibili, nascondere avvenimenti scomodi o trarsi d’impaccio, diffondano argomenti tendenziosi e usino termini impropri. Certi governanti, quando i conti degli enti pubblici violano le regole, ad esempio, per i Paesi dell’Unione europea, quella secondo cui il disavanzo annuale massimo non deve superare il 3% del Prodotto interno lordo, affermano volentieri, talvolta altezzosamente, che la loro politica economica e gli interessi della Nazione non devono essere sacrificati a vincoli contabili e a una mentalità ragionieristica. Conviene rammentar loro che la contabilità non è un prodotto della fantasia bensì la traduzione numerica della realtà e che sprezzare la contabilità equivale a sprezzare i fatti e le situazioni reali di cui essa è espressione.

 

E se proprio le regole non devono contare di fronte a presunte esigenze superiori, perché si è accettato di firmare gli accordi che le contemplano? Affermazioni discutibili vengono fatte anche da personalità eminenti, come il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, il quale, secondo quanto ho letto sul «Sole 24 Ore», ha sostenuto questa tesi: «È evidente che un paese con un’economia basata sulle esportazioni, surplus di bilancia dei pagamenti che continuano a crescere, una posizione creditoria verso il resto del mondo molto elevata, ha almeno altrettante colpe del paese che fa l’opposto». Ora se un Paese ha successo nelle esportazioni è perché la sua popolazione lavora intensamente, utilizza in modo saggio le risorse disponibili e pertanto consegue un alto grado di produttività. Sono colpe queste? Non sarebbe meglio dire a chi fa l’opposto di rimboccarsi le maniche e agire nello stesso modo? Non è forse preferibile far salire chi si trova a un livello basso piuttosto che invitare chi si trova a un livello alto a peggiorare e scendere per incontrarsi a metà strada e magari più giù? A parte il fatto che un’azione di ridimensionamento dei Paesi in eccedenza esigerebbe finanziamenti pubblici e contraddirebbe i principi dell’economia di mercato, il che causa sempre sprechi di ricchezza. Alcuni governanti e commentatori greci accusano continuamente le Nazioni appartenenti all’Unione monetaria europea, con parole non di rado assai pesanti (si è usato perfino il termine «terrorismo»), di imporre condizioni troppo onerose, effettuare ricatti, schiacciare la Nazione e offenderne la dignità.

 

Tali lamenti incontrano simpatia anche in altre Nazioni, compresi certi ambienti nostrani. Qui la prima cosa da ricordare è che nessuno chiederebbe qualcosa alla Grecia se questa mantenesse i suoi impegni e non volesse ancora enormi prestiti supplementari. Ma è giusto, logico e normale che chi viene chiamato a concedere proroghe o dare soldi ponga delle condizioni, a maggior ragione quando si tratta di assumere rischi eccezionalmente elevati. D’altra parte quanto l’Unione monetaria europea ha chiesto alla Grecia è diventato, di cedimento in cedimento, assai blando e tende semplicemente a eliminare parecchie circostanze assurde che ancora vigono in quella Nazione (queste sì che sminuiscono la dignità). Si assiste purtroppo a uno sconvolgimento dei concetti nel senso che i finanziatori avrebbero il dovere di mettere a disposizioni denaro in abbondanza, correre rischi altissimi e tacere, dando al beneficiario del credito la facoltà di comportarsi come vuole. Quando la durata di un prestito accordato a un debitore in difficoltà gravi viene allungata molto e il tasso di interesse portato a una percentuale bassissima in effetti ci troviamo in presenza di una quasi-donazione camuffata. Anche se per caso il debitore entro anni o decenni rimborsasse.

 

Carlo Rezzonico

 

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