Quando l’ISIS ridisegna le frontiere

 

Osvaldo Migotto

 

Dopo la recente caduta nelle mani dello Stato islamico (ISIS) della città irachena di Ramadi, il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, ha cercato di relativizzare l’importante successo militare dei jihadisti, ricordando che il presidente Barack Obama ha più volte sottolineato che la lotta contro l’ISIS sarà lunga e che comporterà delle avanzate e delle ritirate. Giovedì scorso anche Palmira, roccaforte strategica del regime siriano di Bashar al Assad, a metà strada tra l’Eufrate e Damasco, è caduta nelle mani dei jihadisti. Di fronte al nuovo campanello d’allarme proveniente dalla regione mediorientale la Casa Bianca si è detta «profondamente preoccupata». Ma di nuove strategie statunitensi per contrastare i crescenti successi militari dello Stato islamico in Iraq e Siria per ora non se ne vede neppure l’ombra, anche se le circostanze lo imporrebbero.

 

Nel frattempo i jihadisti avanzano e cominciano a ridisegnare le frontiere del Medio Oriente. Controllano infatti un ampio territorio a cavallo tra Iraq e Siria, mentre la Giordania, in difficoltà economiche, spera che le frontiere con il «nuovo vicino» restino aperte per favorire il commercio. Secondo alcuni analisti l’ISIS starebbe inoltre conquistando la fiducia delle popolazioni finite sotto il suo controllo, in quanto mostrerebbe di saper amministrare in modo efficiente la cosa pubblica. Sul fronte opposto, dopo la caduta di Ramadi, martedì scorso Obama ha riunito il Consiglio perla sicurezza nazionale per discutere la situazione in Iraq e su come far fronte all’avanzata degli estremisti islamici. Ma da quanto si è saputo, la strategia è rimasta sostanzialmente la stessa: puntare sulle forze armate locali e sui bombardamenti degli alleati per bloccare i jihadisti.

 

Nel corso della riunione il presidente americano ha infatti espresso soddisfazione per la decisione assunta dal Consiglio dei ministri iracheno di accelerare l’addestramento e l’equipaggiamento delle tribù locali in coordinamento con le autorità della provincia di al Anbar (di cui Ramadi è la capitale) e di ampliare il reclutamento per l’esercito iracheno. Obama ha inoltre accolto con favore il proposito delle autorità di Baghdad di sviluppare un piano consolidato per riprendere il controllo di Ramadi. A quest’ultimo proposito, molto diffìcile da mettere in pratica visti i precedenti, si aggiungono i bombardamenti alleati che proprio nelle ultime ore sono stati intensificati dopo la caduta di Palmira nelle mani dello Stato islamico. Strategie che ricalcano quanto già visto finora sul terreno e che per ora non possono di certo essere definite vincenti. Lo conferma un rapporto della Rand Corporation (think tank statunitense fondato nel 1946 con il supporto finanziario del Dipartimento della difesa USA), citato dal «New York Times», nel quale viene relativizzata l’importanza del contrabbando di petrolio come fonte di finanziamento dello Stato islamico (attività particolarmente presa di mira dai bombardamenti alleati). Secondo gli esperti che hanno steso il documento, all’ISIS rende molto di più l’aver preso il controllo di territori attigui nei quali gli estremisti islamici si sarebbero ben radicati.

 

La Rand Corporation sottolinea inoltre come le divergenze d’interessi esistenti tra i Paesi che compongono la coalizione anti- Stato islamico penalizzino la strategia statunitense nella regione. In effetti l’alleato turco continua a ritenere prioritaria la caduta del regime siriano di Bashar al Assad piuttosto che l’arresto dell’avanzata dei jihadisti guidati da al Baghdadi. Lo conferma il fatto che Ankara continua a negare all’aviazione militare USA l’impiego della base turca di Incirlik. I Paesi sunniti del Golfo, dal canto loro, sono preoccupati dalla crescente influenza dell’Iran nella regione. Tutto ciò rende diffìcile la creazione di un fronte unico pronto a sbarrare la strada all’ISIS. Non certo più confortanti sono le prestazioni sul terreno dell’esercito iracheno, su cui Washington aveva puntato molto dopo il ritiro delle truppe USA da Baghdad. Così come era accaduto lo scorso anno in occasione della caduta di Mosul in mani jihadiste, anche prima della recente capitolazione di Ramadi le truppe irachene sono fuggite disordinatamente di fronte al nemico, abbandonando sul terreno moderni armamenti forniti dagli Stati Uniti. Ora Obama punta sui miliziani iracheni per arginare la temibile avanzata dello Stato islamico, ma la strategia complessiva della Casa Bianca resta debole. E in un Medio Oriente dove i confini tradizionali rischiano sempre più di essere stravolti, il caos scatenato dall’ISIS si diffonde sempre più come un morbo micidiale che porta morte e distruzione. Dopo la guerra civile nello Yemen anche l’Arabia Saudita rischia di diventare un nuovo teatro di scontri. Proprio ieri lo Stato islamico ha rivendicato l’attentato compiuto in una moschea sciita saudita.

 

Osvaldo Migotto

 

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