L’Europa litiga L’Asia del sud invece agisce

 

Gerardo Morina

 

Problema migranti Mentre sui migranti in Europa si litiga, nel sud dell’Asia si agisce. In modo diametralmente opposto. È di questi giorni la notizia che Indonesia e Malesia si sono improvvisamente offerte di offrire rifugio temporaneo a migliaia di disperati alla deriva nell’Oceano indiano, a condizione però che possano trovare un’altra sistemazione o essere rimpatriati entro un anno. C’è chi, fuggendo dal proprio Paese, rischia la vita nel Mediterraneo e chi nel Mare delle Andamane: il copione è lo stesso, ma cambiano i sistemi di accoglienza. Nel raggiungere un accordo reciproco, Giakarta e Kuala Lumpur, le capitali di due Paesi che negli anni Settanta del secolo scorso si rifiutavano di accogliere i «boat people» vietnamiti, oggi si trovano all’unisono nell’affrontare un problema comune. Fanno appello agli aiuti internazionali, sostenendo che gli attuali profughi dei barconi rappresentano una questione globale e non più solo regionale. Se il Nordafrica ribolle e spinge a fuggire al di là del Mediterraneo, la stessa, biblica tragedia riguarda il Sudest asiatico. Accoglienti, ma con regole precise e un distinguo.

 

Mentre ai migranti provenienti dal Myanmarè consentito fare domanda di asilo in Indonesia, Malesia o anche in un Paese terzo, i rifugiati «economici» del Bangladesh verranno gradualmente rimpatriati. Va precisato che i due Paesi ospiti trovano una causa comune nella fede musulmana. Non a caso, infatti, la maggior parte dei profughi appartiene all’etnia dei Rohinya, di religione islamica, in fuga soprattutto dal Myanmarè da sempre discriminati come il popolo meno voluto del mondo. Inoltre l’accordo dovrebbe fungere da esempio affinché anche la Thailandia diventi più ospitale e l’Australia diventi più elastica nella sua politica di respingimenti tout court. La soluzione adottata dai due Paesi asiatici non è infallibile, ma va vista come un tentativo concreto di mobilitare Governi e coscienze. E intanto in Europa, di fronte ad una sfida geopolitica di carattere epocale, i ventotto Paesi dell’UE pensano sì ad una missione navale a guida italiana che intervenga nell’intercettare e bloccare i barconi in Libia prima che diventino avventurosi se non letali contenitori di migranti verso il nord del Mediterraneo, ma tale missione poggia su due incognite. La prima è procedurale: per l’operazione si attende il via libera dell’ONU e non è detto che sia automatico.

 

La seconda è rappresentata dal rischio che nulla potrà cambiare o essere fatto se alla base non vi sia una normalizzazione dell’ambigua situazione politica esistente tra Tripoli e Tobruk. È tuttavia sulle quote dei rifugiati da distribuire che la strategia dell’UE rischia di azzopparsi e di partorire alla fine un’intesa puramente cosmetica. In questo campo la divisioni tra i Ventotto sono profonde e diffuse. Regno Unito, Danimarca e Irlanda sono Paesi che si chiamano fuori in base alle loro clausole di «opting out» contemplate dai Trattati. Appoggiano le quote Italia, Austria, Belgio, Malta, Portogallo e Grecia. Dicono invece no Ungheria e i Paesi dell’est europeo. E ultimamente si è sgretolato, propendendo per il no, anche il fronte un tempo compatto di Paesi mediterranei come Francia e Spagna. Ne deriva un coacervo di posizioni che nulla ha a che fare con una comunità di intenti. Esistono cause di fondo che mettono a nudo i dissidi anziché le possibili convergenze. Stenta a passare tra tutti i Ventotto il messaggio che il fenomeno dei migranti non è legato ad una emergenza temporanea ma va trattato nella sua complessità strutturale. Per questo l’UE stenta a mettere insieme una politica di immigrazione, a partire dal diritto di asilo fino ad una ripartizione degli oneri.

 

E poi ogni Governo è portato ad interpretare il significato di solidarietà secondo i propri interessi e le esigenze dell’economia, senza contare che si rivela difficile se non impossibile distinguere tra migranti per ragioni economiche e quelli che fuggono da violenza e morte. Nel contempo, tutti i Governi europei si dimostrano preoccupati al loro interno dal populismo e dalla xenofobia e mostrarsi indulgenti appare come sintomo di perdita di voti. C’è però un fattore primario che rende difficile in ambito europeo accollarsi precise responsabilità. Non è altro che la rinascita dello Stato nazionale e di interessi strategici che conferiscono alla singola nazione una prospettiva di potenza autocentrica. Proprio il contrario dello spirito su cui è stata fondata l’Unione europea.

 

Gerardo Morina

 

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