La fine DELLA GRANDE ILLUSIONE

 

Proponiamo un editoriale apparso sul Corriere Del Ticino il 19 febbraio 2015 a firma del Direttore GIANCARLO DILLENA. Riteniamo si tratti di un autorevole scritto, dimostrante una centratissima e lungimirante visione della situazione politica europea: adatto all’inserimento nella nostra bacheca, per rimanere fermo all’attenzione dei nostri visitatori, presenti e futuri. Da parte nostra desideriamo, modestamente, aggiungere che l’errata politica dell’Unione Europea non è dovuta soltanto ad una “vecchiaia” declinante, ma anche all’infausta influenza delle sinistre (socialisti) che vi imperano (non parliamo poi dell’Italia ormai diventata l’ultimo Paese comunista europeo). Purtroppo, perdurando questa politica di auto indebolimento,il continente Europa cadrà fatalmente sotto il feroce dominio dei nuovi barbari, con tutte le conseguenze che la storia , insegnando, ci descrive. F.C.

 

Giancarlo Dillena

 

«Ipopoli che perdono la cultura della guerra sono destinati a subirla», afferma Martin van Creveld, considerato fra i massimi storici militari viventi. Con ciò non vuol dire che occorra necessariamente combattere di frequente. Quel che occorre è considerare costantemente la possibilità della guerra e comportarsi di conseguenza, innanzitutto per prevenirla. Una lezione che proprio l’Europa, teatro per secoli di feroci conflitti, dovrebbe aver appreso particolarmente bene. Poiché avere una debole capacità di difesa costituisce infatti il primo elemento di instabilità, incitando i potenziali antagonisti ad alzare il livello della minaccia e quindi del rischio di conflagrazione. Con il risultato che proprio quello che è visto come lo strumento alternativo per eccellenza alle pressioni militari – le sanzioni economiche – quando non è spalleggiato dalla forza militare rischia di accelerare il ricorso a quest’ultima da parte dell’avversario. Per non parlare del caso in cui la minaccia è più diretta, diffusa e in grado di raggiungere il cuore stesso dei Paesi europei, come sta avvenendo con l’estremismo islamista.

 

E non si venga a dire che si tratta di un problema di polizia: il fatto che questo terrorismo sia emanazione di un’entità che mira esplicitamente a costituirsi come Stato, con tanto di territorio (e controllo delle relative ricorse economiche) riconduce alla fine ad una logica di guerra assai più tradizionale di quanto molti si ostinino a voler credere. Il problema del Vecchio continente è che sta effettivamente diventando vecchio. Non mi riferisco alla demografia – che pure conta, in questo contesto – ma ad una forma di regressione senile che lo indebolisce, ne alimenta il declino e ne sfuma la memoria. Uscito esangue dalle guerre mondiali, ha trovato una nuova pacifica stabilità grazie alla Guerra fredda (questa è la realtà, anche se troppo spesso travisata dalla retorica comunitaria), con il massiccio sostegno americano a guardia della principale linea di fronte fra le due superpotenze.

 

L’Europa ha potuto così accarezzare il sogno di diventare un nuovo protagonista di primo piano sulla scena internazionale grazie alla sua unità. La caduta del Muro e il rapido avvicinamento da parte degli ex satelliti dell’URSS hanno corroborato questa visione. Ma hanno anche rafforzato una grande illusione: che fosse possibile fondare un’Europa forte e rispettata puntando tutto sulla carta economica, nell’idea che la carta politica sarebbe seguita «naturalmente». E trascurando quella militare, per alcuni «superata» dalla nuova situazione, per altri assicurata comunque dalla NATO. Ma quest’ultima, nata per fronteggiare il Patto di Varsavia, ha progressivamente perso il suo ruolo. E la predominanza americana, da sempre presente, si è ulteriormente rafforzata con la continua riduzione dei bilanci militari europei, erosi dal nuovo «pacifismo» targato UE e soprattutto dall’esigenza di convogliare sempre maggiori risorse verso la distribuzione di sovvenzioni a tutti i settori e soprattutto ai Paesi meno solidi.

 

Ma anche dalla convinzione che le esigenze di difesa militare in Europa fossero oramai storicamente superate, che sarebbe bastata la forza economica a far ascoltare la voce dell’Unione e che, casomai, c’erano sempre gli americani da chiamare in aiuto per «situazioni particolari». Oggi che gli Stati Uniti guardano sempre più al Pacifico come centro dei loro interessi (e dei potenziali pericoli), che l’Europa annaspa nella crisi economica, che l’ISIS ne fa un obiettivo dichiarato di attacchi sempre più estesi e sistematici (vedi Libia), che a Oriente si è disegnato un nuovo, pericoloso fronte di instabilità, l’Europa si ritrova debole e, al di là delle parole, insicura. Non ha una politica di sicurezza sostenuta da una credibile forza militare e misura tutta la sua fragilità di fronte agli scenari inquietanti del prossimo futuro. Quello che un tempo era il centro del mondo, litigioso e conflittuale si, ma in graoo ai proiettare la propria potenza ai quattro angoli del globo, rischia di fare la fine di certi imperi del passato, da quello romano a quello absburgico: travolti da antagonisti magari meno «civilizzati», meno «multiculturali», meno portatori di grandi valori destinati a prevalere comunque nel nome della loro «universalità»; ma più aggressivi e più pronti ad usare la forza per prendersi ciò che vogliono o semplicemente per fare a pezzi un nemico che ha fatto loro il favore di coltivare la propria debolezza. Nei muscoli, inflacciditi nel nome di «altre priorità». E nella mente, da cui ha rimosso l’idea stessa della guerra, nella presunzione che anche gli altri lo avrebbero fatto, seguendo il suo «luminoso» esempio. Eppure, per capire che questa era solo un’illusione, bastava guardare indietro. Alla storia europea. Che non è cominciata nel 1945.

 

Giancarlo Dillena

 

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