L’illusione: ignorare dati e cifre

 

Lino Terlizzi

 

Nella confusione che per molti aspetti purtroppo regna dentro e attorno alla Grecia in questa fase, è passata l’idea che la questione greca riguardi, anche dal punto di vista economico, solo o quasi i rapporti di Atene con l’Unione europea o l’Eurozona. C’è certo anche un aspetto di questo tipo. Ma non è tutto lì, anzi. In altre parole, i problemi economici della Grecia non sono iniziati con l’UE o con l’euro e non finirebbero con l’eventuale uscita dall’Unione o dalla moneta unica. i I greci hanno tutto il diritto di scegliere la loro via, sino all’abbandono dell’UE e dell’euro se lo vorranno. Ma ciò non cambia la sostanza dei nodi economici. Il voto di ieri ha senza dubbio aspetti di protesta politica contro l’Unione europea e il tanto criticato rigore della Germania in particolare. Ma l’economia ha un suo percorso, che è illusorio ignorare.

 

Il gigantesco debito di Atene è stato accumulato dai greci e non a partire dall’entrata nell’euro ma da ben prima, con la dracma. Il debito pubblico era il 22% del PIL nel 1980 ed era già al 98% nel 1993, otto anni prima che la Grecia aderisse all’euro. Un’entrata nella moneta unica, quella di Atene, che purtroppo non ha mai smesso di suscitare polemiche a proposito della veridicità o meno di alcune cifre presentate a suo tempo a Bruxelles. A parte questo, dal 2001 al 2010, quindi prima che la cosiddetta austerità subentrasse, il debito pubblico non ha smesso di salire ed è passato dal 100% al 143%. Ora siamo oltre il 170%. C’è un evidente problema di eccessivo indebitamento legato anche ad una spesa pubblica che ha ampi caratteri di improduttività.

 

E le radici di questo problema non stanno tanto nell’euro quanto nell’epoca precedente. Si tratta di una deviazione enorme di risorse che dovrebbero essere invece destinate alla crescita. Anziché sfruttare gli anni dell’euro per ridurre gradualmente il debito, grazie ai bassi tassi di interesse e poi, negli ultimi anni, grazie anche ai salvataggi garantiti dalla tanto odiata Troika (UE-BCE-FMI), la Grecia prima ha mantenuto nella sostanza un sistema che non funzionava, poi si è divisa drammaticamente al suo interno, infine ha accettato aiuti che però ora vorrebbe per l’ennesima volta rinegoziare. La parola d’ordine prevalente pare essere quella della lotta dura contro l’austerità, nel nome della crescita. Un discorso purtroppo fuorviante, di nuovo. Intanto non di austerità ma di rigore bisognerebbe parlare, cioè di qualcosa di ampio e che rimanga nel tempo al riguardo dei conti pubblici.

 

Poi, i molti avversari della cosiddetta austerità dovrebbero spiegare come mai quei pochi risultati ottenuti nei Paesi in maggiore difficoltà (Irlanda, Portogallo, Spagna e la stessa Grecia, seppure molto timidamente) siano arrivati proprio con i primi passi in direzione di una linea di rigore. Ma appena ha rifatto capolino la previsione di una piccola crescita economica, la Grecia è tornata a dividersi e ad arrabbiarsi con Berlino e Bruxelles. Può darsi che inizino nuovi, sfibranti negoziati con Bruxelles per un’altra ristrutturazione del debito greco (con i privati è già stata fatta nel 2012, ora sarebbe a carico dei contribuenti degli altri Stati UE). Un altro percorso laterale che metterebbe nel caso una pezza (a danno dei creditori), senza affrontare i nodi di fondo. Che stia o non stia nell’euro, la Grecia ha il problema di un sistema che non funziona. Alzare ancora la spesa improduttiva, tornare alla debole dracma, ai tassi alti? I greci hanno certo la libertà di decidere. Ma le cifre dicono che non sono queste le risposte economiche giuste.

 

Lino Terlizzi

 

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