Il Lambrusco e il rosato di Matteo Renzi

 

“ECCO UN ARTICOLO DEL CORRIERE DEL TICINO A FIRMA DI GERARDO MORINA E APPARSO IL 25 NOVEMBRE 2014 = E’ INTERESSANTE OSSERVARE COME GIUDICANO ALL’ESTERO LA NOSTRA POLITICA !? “. F. C.

 

Gerardo Morina

 

Estate come se ad una Festa dell’Unità avessero servito un vino rosato al posto del tradizionale Lambrusco. I commensali non si sono neppure avvicinati al tavolo e si son fatti «apoti», ovvero si sono rifiutati di bere. È quanto accaduto nelle recenti elezioni regionali, svoltesi, oltre che in Emilia-Romagna, anche in Calabria, là dover forse il Ciro, in confronto, si è lasciato un po’ annacquare. Entrambe le regioni risultano accomunate degli stessi esiti elettorali: tutte e due rosse, ma con notevole prosciugamento di voti e soprattutto con un’affluenza alle urne in clamorosa picchiata.

 

È stato questo il modo di protestare contro un Renzi avvertito da taluni come estraneo al tessuto regionale di un PD che un tempo andava disciplinatamente a votare e che non ha ancora accettato la rivoluzione ideologica che il premier ha portato nella sinistra italiana. Meno che mai in una roccaforte rossa come l’Emilia-Romagna dove la vecchia sinistra ha regole incancellabili di stagionatura, come il culatello, che si lascia toccare solo dalla nebbia. Qui hanno giocato, più intensamente che altrove, le contrarietà non solo per le inchieste sulle spese pazze dei politici locali, ma soprattutto per la rottura realizzata da Renzi con i sindacati. I quali si son fatti volutamente zoccolo duro in una regione che vanta decine di grandi insediamenti industriali e dove i metalmeccanici iscritti alla FIOM (il più rosso dei sindacati) raggiungono quota settantamila.

 

Queste le cause più appariscenti dell’astensionismo elettorale. Il quale va però inquadrato in un’estesa disaffezione di fondo da parte degli elettori, caratterizzata a sua volta da motivi ben precisi. Il principale è rappresentato dal generale fallimento delle Regioni che da perno del federalismo sono diventate carrozzoni costosi e inefficienti. Regioni travolte dagli scandali e dalla crisi finanziaria, con governatori che non governano più, dal momento che, come avvertono distintamente gli elettori, le vere decisioni ormai si prendono altrove, a Roma ma più ancora in Europa o alla borsa di Wall Street. Regioni che, nel caso dell’Emilia-Romagna e della Calabria, uniche ad essere chiamate al voto in questa occasione, hanno risentito di una mancanza di qualsiasi traino di valenza nazionale, dove il centrosinistra dava per scontata la sua vittoria, il centrodestra si è presentato in ordine sparso e l’unico a trarne un relativo vantaggio (in Emilia) è stata la Lega Nord di Matteo Salvini, alfiere di un partito nazionale della protesta.

 

Nell’insieme una serie di ferite-feritoie che lasciano chiaramente intravvedere come per il centrosinistra italiano il processo di cambiamento si presenti estremamente doloroso. Ma che fanno parallelamente intuire come gli elettori italiani si sentano sempre meno identificati con i partiti. A non pensarla così è invece chi per primo dovrebbe preoccuparsi della situazione, ovvero quel Matteo Renzi che rappresenta un frutto ancora in maturazione, il quale afferma che quello offerto dalle regionali non è uno specchio della realtà nazionale. Al contrario, il premier si fa forte dei livelli consistenti di fiducia rilevati dai sondaggi, che lo danno al 51 per cento. In base a questa visione forse un po’ ottimistica, l’esito del voto in Emilia-Romagna e Calabria non rivelerebbe altro che naturali dolori di crescita destinati col tempo a scomparire.

 

È certamente vero che il centrosinistra controlla oggi la maggior parte delle amministrazioni, ad esclusione di Lombardia e Veneto (che contano due governatori leghisti), Campania (guidata da un esponente di Forza Italia), Trentino Alto Adige (potere condiviso tra PD e SVP) e Val d’Aosta (Union Valdotaine). Ma è altrettanto vero e presente il rischio che la protesta espressa in queste regionali possa generare un’ultima battaglia di retroguardia della minoranza PD più intransigente. Quella alla quale il rosato proprio non va giù.

 

Gerardo Morina

 

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