Come salvaguardare il segreto bancario

 

= Segnaliamo all’attenzione dei nostri lettori un altro articolo tratto dal Corriere Del Ticino dell’otto novembre 2014 e firmato da Gabriele Pinoja – politico svizzero – che tocca un delicato argomento di grande interesse per i risparmiatori svizzeri, ma anche per quelli italiani. = F. C.

 

Gabriele Pinoja

 

In questi giorni, lo Stato ficcanaso e impiccione ha ricevuto un primo avvertimento grazie a un’iniziativa su cui voteremo presto: la sfera privata dei cittadini non si deve toccare. E il segreto bancario, neppure. Il Consiglio federale, sempre «fermo nel cedimento», per citare un’espressione coniata dal presidente onorario dell’UDC Ticino, Gianfranco Soldati, avrà dunque il suo da fare per spiegare alla comunità internazionale che, in Svizzera, sono i cittadini a decidere del proprio futuro e non impalpabili organismi sovranazionali, peraltro eletti da nessuno. Certo, i giochi sono tutt’altro che fatti, ma l’iniziativa per difendere uno dei principi cardine del sistema su cui poggiano le fondamenta della Confederazione svizzera e, parliamoci chiaro, della libertà stessa dell’individuo, è indubbiamente un campanello d’allarme che Governo e ambienti economici – in primis quelli legati direttamente e indirettamente alle banche – farebbero bene a non sottovalutare.

 

L’UDC è stata in prima fila nel tirare un carro intorno al quale, ora, si stanno affollando un po’ in troppi. Non ha mai tentennato. Non ha messo la faccia a giorni alterni. I suoi vertici non hanno balbettato, imbarazzati, che il segreto bancario è qualcosa a cui gli svizzeri non sono disposti a rinunciare. Mentre PLR e Partito popolare democratico si sono dimostrati compatti e solidi come budini di fronte al fuoco incrociato dei soliti noti, sempre pronti a smantellare le peculiarità elvetiche pur di compiacere chi non ha il cuore che pulsa tra le Alpi. Ma, al di là di quello che capita intorno a noi, ci sono anche considerazioni di altro tenore su cui sarebbe meglio riflettere. Riguardano il rapporto di reciproca fiducia tra Stato e cittadini, contribuenti e autorità fiscali. Quel rapporto che ha reso ricca (non solo in termini economici) la Svizzera.

 

Che non è mai stata un Paese di furbi, evasori patentati e disonesti recidivi. Perché dimenticarlo? Ci sono le eccezioni, ne siamo consapevoli, ma non sono tali da sconquassare il quadro generale e, in ogni caso, il testo dell’iniziativa precisa in modo chiaro e inequivocabile le regole che mirano a punire i casi di frode fiscale, gravi. Perché difendere la sfera privata e il segreto bancario non significa affatto mettersi dalla parte di chi non si comporta in modo onesto, tanto per far gonfiare portafogli e conti in banca. Ed è francamente offensivo essere accusati del contrario. Negli ultimi anni, però, scimmiottare le scelte peggiori di altri Paesi in materia fiscale e compiacere una comunità internazionale sempre più arrogante e invasiva, è diventato un «must» anche per noi. Così non va. È da anni che discutiamo di Rubik, FATCA, scambio automatico di informazioni, trattati e accordi di cooperazione.

 

Ma gli altri cosa ci hanno dato in cambio? Noi, in compenso, stiamo assistendo allo smantellamento di un sistema economico che ha regalato la prosperità a un intero Paese, e coloro che stanno ingrossando le file degli Uffici regionali di collocamento potrebbero fornire migliori e più dettagliate spiegazioni in proposito. Speriamo che anche le banche sostengano quest’iniziativa, o, quantomeno, non vi si oppongano. Rimpiango i banchieri svizzeri di un tempo, neppure così lontano, che erano noti per la loro lungimiranza. Lavoravano non solo per se stessi, ma avevano a cuore gli interessi del proprio Paese. Oggi sono purtroppo sempre più disancorati dal territorio, più lontani dai suoi cittadini e, probabilmente, parlano meglio l’inglese dello Schwyzerdùtsch. E chiaro che un’inversione di rotta sia più che mai necessaria. Non sarà facile, ma io credo che ce la faremo.

 

Si capisce che ciò sia difficile da comprendere e da accettare per quei politici che, al di fuori dei nostri confini, sono abituati a pensare in termini di «democrazia dall’alto», nella convinzione che cittadine e cittadini vadano «guidati» verso l’inesorabile accettazione delle scelte fatte da altri «per il loro bene». Meno comprensibile è che l’irritazione che pervade certe cancellerie europee – riconducibile peraltro più alla crescente insofferenza dei loro cittadini verso questa «democrazia» pilotata che al voto svizzero – contagi anche taluni settori dell’establishment politico svizzero, spingendoli a cercare «correttivi» affrettati alla nostra «imperfetta» democrazia diretta. Può venire il sospetto che anche dalle nostre parti a qualcuno non dispiacerebbe una democrazia un po’ più diretta dall’alto. Per semplificare le cose e per il bene del Paese, naturalmente. La nostra risposta rimane un cortese «no, grazie». Preferiamo che l’altoparlante della democrazia diretta continui a far sentire innanzitutto la voce delle cittadine e dei cittadini. Ad alto volume, se necessario.

 

Gabriele Pinoja

 

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