I guai irrisolti dell’economia

 

Alfonso Tour

 

La crescita dell’economia mondiale sta pericolosamente perdendo colpi e anche istituzioni internazionali, come l’OCSE e il Fondo monetario, stanno cominciando a prenderne atto. Gli Stati Uniti si espanderanno poco più del 2%, i grandi Paesi emergenti stanno visibilmente rallentando (alcuni addirittura, come il Brasile, stanno cadendo in recessione) e sono svanite le aspettative di una ripresa nipponica dovuta alla nuova politica economica del primo ministro Shinzo Abe. La situazione peggiore è però quella del Vecchio continente.

 

L’economia europea è ferma e il forte calo dell’inflazione fa temere la deflazione. Anche la previsione dell’OCSE (corretta al ribasso) di una crescita dell’area dell’euro dello 0,8% quest’anno si rivelerà ottimistica. Insomma, a sei anni dallo scoppio della crisi finanziaria, che toccò il suo apice il 15 settembre del 2008 con il fallimento della banca americana Lehman Brothers, appaiono infondate le speranze che l’economia potesse imboccare di nuovo la strada dell’espansione. Sta diventando sempre più evidente che non è bastato e non basta l’uso aggressivo delle leve monetarie con la stampa di miliardi e miliardi di dollari, di euro e di yen giapponesi a curare i guai delle nostre economie.

 

La causa di questi guai non è un cattivo funzionamento dei meccanismi di mercato, la cui correzione richiede riforme strutturali tendenti a liberalizzare soprattutto il mercato del lavoro, ma una sempre peggiore distribuzione dei redditi. Infatti il problema degli Stati Uniti, del Giappone e dell’Europa è una carenza di domanda finale, ossia un livello insufficiente di consumi e di investimenti in grado di sostenere una crescita economica in grado di ridurre la disoccupazione e di favorire un buon uso degli impianti produttivi. Ed è quanto pensano anche le autorità monetarie che però stanno cominciando ad accorgersi che la continua stampa di moneta e un costo del denaro di poco superiore allo zero non bastano per far aumentare consumi ed investimenti. Questi ultimi stanno invece diminuendo sia al di qua sia al di là dell’Atlantico. In Europa il risultato del tentativo della Banca centrale di spingere le banche a concedere maggiori crediti alle imprese fornendo liquidità per quattro anni allo 0,15% agli istituti di credito è stato deludente: le banche hanno chiesto solo poco più di 80 miliardi di euro. Anzi queste politiche tendono a ricreare i problemi di sempre.

 

Esse servono soprattutto per sostenere la bolla dei mercati finanziari o per riprodurre fenomeni perversi. Ad esempio, negli Stati Uniti l’ottimo stato di salute del mercato dell’auto è il frutto dell’estensione dei crediti per l’acquisto di veicoli anche a persone che non se lo possono permettere, come era già accaduto nel mercato immobiliare con i mutui subprime. Vi è dunque da temere questo vistoso peggioramento del quadro economico internazionale che riporta alla ribalta non solo in Europa il pericolo di una ricaduta in recessione e soprattutto il rischio della deflazione. Vi è pure da prendere atto che dalla crisi non siamo ancor usciti e che le spregiudicate politiche monetarie di questi anni hanno solo e parzialmente tappato le falle delle nostre economie. Si può dire che i modelli liberisti di politica economica seguiti negli scorsi anni sono arrivati al capolinea e che la crisi è essenzialmente politica ed il suo centro è la correzione di una sempre peggiore distribuzione dei redditi che penalizza le possibilità di ripresa delle nostre economie.

 

Nonostante le voci che sostengono queste tesi si moltiplichino, questa svolta politica non sembra ancora all’orizzonte e per questo motivo i pericoli di recessione e quello di deflazione sono reali.

 

Alfonso Tour

 

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