C’era una volta il mercato

Proponiamo un articolo apparso sul Corriere Del Ticino il 12 luglio 2014

 

Tito Tettamanti

 

Non alludo a quello che si teneva nella «Strécia dal bùtèr», come veniva chiamata fino a metà dello scorso secolo dai luganesi la via Pessina. No, intendo quello che si svolge nelle diverse Borse valori che con milioni di contrattazioni al giorno permette di fissare il prezzo (valore) di azioni, obbligazioni, altri titoli, metalli e numerosissimi ulteriori beni. Le Borse non solo indicano un prezzo a seguito delle contrattazioni, ma assicurano anche la liquidità, vale a dire la possibilità di acquistare o vendere e infine funzionano da giudice. Un giudice che non conosce né stati d’animo né sentimenti, che opera impietosamente senza doversi curare delle possibili conseguenze.

 

Tale giudice ci indica con il ribasso del valore di Borsa di un’azione che una certa società ha problemi. Ovviamente, tale funzione la esercita anche con le obbligazioni di Stato e quando le finanze dello stesso vanno male, senza nessuna remora dichiara che il re è nudo. Tutto ciò non piace alla politica che non ama la trasparenza e giudizi neutrali che mettano in evidenza i suoi errori. I governanti sanno di non poter fare a meno completamente del mercato e allora cercano di condizionarlo, renderlo in certi settori inoffensivo, in una parola non permettergli di essere totalmente libero.

 

Ad esempio le banche centrali tengono da anni i tassi di interesse a livelli artificialmente bassi, ormai attorno allo zero. A parte punire il risparmio, ciò falsa la concorrenza tra gli operatori e distorce ii mercato. Ditte decotte sopravvivono grazie a un sussidio indiretto, operazioni rischiose e dubbie vengono intraprese, i soldi si indirizzano verso investimenti immobiliari che si giustificano solo perché le ipoteche hanno un prezzo politico. Stati oberati da debiti sarebbero in fallimento se dovessero pagare un interesse di mercato, e non quello artificialmente ridotto, sulle proprie obbligazioni. Se poi uno Stato fallisce come la Grecia la politica decide che non è vero e chiama ristrutturazione l’obbligo di accettare al posto dei crediti nuove obbligazioni con una perdita del 75% sul capitale e con scadenze prolungate nel tempo. Grazie alla decisione della Banca nazionale svizzera di ancorare a 1,20 il corso del franco all’euro, le industrie svizzere di esportazione fruiscono di una sovvenzione indiretta, che poteva essere giustificata per l’emergenza, ma non è concepibile duri indefinitamente. Ne vengono svantaggiati tra l’altro gli svizzeri che importano. La lista degli esempi potrebbe continuare a lungo ma quel che ci preme è dimostrare le distorsioni che questa politica provoca sui mercati. Un esempio scioccante di perversione riguarda appunto le Borse ormai influenzate dall’invasione di campo di Governi e banche centrali.

 

Più di una volta la Borsa di New York è scesa all’apprendimento di notizie congiunturali positive. Vale a dire la reazione contraria a quanto ci si sarebbe dovuto aspettare. Ma ormai non contano più i dati economici, conta la reazione a questi dati da parte del potere. Se l’economia va bene si teme che la politica riduca le flebo, i propri interventi, magari aumenti un po’ i tassi, diminuisca la enorme liquidità immessa sul mercato. In tal caso un’economia in affanno, dopata, rischia di non più farcela ed ecco che, in previsione di ciò, la Borsa scende. La politica dei tassi zero riduce il costo per obbligazioni statali come per quelle di società private. L’accettazione di tassi inadeguati per fragili Stati europei debitori è basata sulla convinzione che la politica dell’UE, come già fatto, finirà per far assumere in solido i debiti anche dei più malandati. Per le obbligazioni delle imprese private il mercato accetta tassi che non coprono il rischio, perché non conta più tanto la solvibilità, ma la convinzione che visto lo stato dell’economia, banche centrali e Governi non potranno che continuare a calmierare il costo del debito. Le iniezioni di migliaia di miliardi di dollari e euro nel mercato falsano i rapporti e portano a prezzi irrealistici azioni, immobili e opere d’arte. Non e vero, si sostiene, cne non ce inflazione, esiste una paura che porta a investire a prezzi fuori mercato in beni che si presume saranno meno colpiti da una tremenda inflazione generale attesa da alcuni economisti e conseguente alla perdita di fiducia nella moneta.

 

Queste riflessioni possono essere contestate o meno, essere frutto di reazioni eccessive, di previsioni che in parte non si realizzeranno. Ma una cosa è certa, come la fisica anche il libero mercato ha le sue leggi. Distorcerle è impossibile e illusorio, continuare a violarle pericoloso.

Tito Tettamanti

 

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