Sconcerto non fa rima con amicizia

 

“Proponiamo un importante articolo tratto dal quotidiano svizzero CORRIERE DEL TICINO del 21 maggio 2014 e firmato dal condirettore FABIO PONTIGGIA, il quale commenta piuttosto duramente alcune parole del Presidente GIORGIO NAPOLITANO in visita all’università svizzera di Lugano.E’ per noi sempre di grande interesse – ed utilità- conoscere l’opinione dei nostri amici ticinesi sul conto degli italiani e delle loro massime autorità”
 F.C.

 

CORRIERE DEL TICINO del 21.05.14

 

di Fabio Pontiggia

 

Giorgio Napolitano ha ferito al cuore la Svizzera. Lo ha fatto ieri a Berna, nel discorso ufficiale per la visita di Stato nel nostro Paese. «Siamo troppo amici – ha affermato – per nascondervi lo sconcerto provato nell’apprendere un risultato che si pone in controtendenza rispetto alla consolidata politica europea della Confederazione». Lo ha detto riferendosi al voto del 9 febbraio sull’iniziativa popolare dell’UDC «contro l’immigrazione di massa». Quella frase e quel termine sono pesanti. Perché? Per almeno quattro ragioni.

 

La prima. Non è stata una battuta a braccio, a caldo, in risposta ad una provocazione giornalistica, ma un’espressione manifestamente soppesata e meditata, inserita in un’articolata analisi (scritta) sui rapporti e sull’amicizia tra Italia e Svizzera. Un’analisi in cui Napolitano ha elogiato il nostro Paese per il suo assetto istituzionale, la sua storia negli anni bui dei nazionalismi totalitari e bellicosi, la sua capacità di far convivere culture diverse e di accogliere e dare opportunità a chi giunge da fuori. È proprio il contesto in cui l’affermazione è inserita ad appesantire quel termine (sconcerto) come una lama tagliente che entra, appunto, nel cuore degli svizzeri.

 

La seconda ragione. L’avesse detta lo Steinbrùck di turno, avremmo fatto, come si dice in buon italiano, spallucce. Ma l’ha detta un amico. E ad un amico non si fanno spallucce. Men che meno ad un amico che non parla mai a vanvera ma solo quando sente di dover parlare dall’alto della sua carica istituzionale. Il giudizio tagliente di un amico lascia il segno quando va a toccare le nostre corde più sensibili. E quale corda è più sensibile, per il popolo elvetico, di quel preziosissimo strumento di partecipazione politica che si chiama democrazia diretta?

 

La terza ragione. Napolitano ha minimizzato la portata quantitativa del sì con cui l’iniziativa è stata approvata il 9 febbraio e ha parlato di «modesto margine di vantaggio». È una mezza verità. Proprio all’interno di un discorso che ha elogiato il federalismo elvetico, il presidente italiano non avrebbe dovuto ignorare il fatto che, nel nostro Paese, le modifiche costituzionali richiedono la doppia maggioranza di popolo e Cantoni. E il 9 febbraio ben 19 tra Cantoni e semi Cantoni hanno detto sì e solo 7 hanno detto no.

 

La quarta ragione. La democrazia diretta non può indurre all’applauso solo quando decide ciò che piace a noi. Al contrario, è sulle scelte sgradite che dobbiamo misurare il nostro rispetto e la nostra tolleranza. Un voto di rottura, democraticamente espresso, non deve sconcertare gli amici: deve invece indurli a ricercare razionalmente le ragioni del voto. Questo è mancato nel discorso tutt’altro che banale di Napolitano. Su tutto ciò che ha a che vedere con l’UE c’è già troppa emotività: lo sconcerto non è l’arma migliore per arginarla.

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