Il rischio dei debiti sovrani

 

CORRIERE DEL TICINO del 08.02.14

 

di Alfonso Tuor

 

Giovedì scorso al termine del Comitato direttivo della Banca centrale europea, Mario Draghi ha dichiarato che la ripresa dell’economia del Vecchio Continente è ancora fragile e disomogenea e che Eurolandia sperimenterà un lungo periodo di bassa inflazione ma non di deflazione. Ieri, la Corte costituzionale tedesca ha fatto riemergere il problema della sostenibilità dei debiti pubblici. I giudici di Karlsruhe ritengono infatti che il piano lanciato dalla BCE nell’estate del 2012 per salvare la moneta unica e che prevede l’acquisto dei titoli con cui si finanziano i Paesi in difficoltà viola il mandato della Banca centrale, poiché potrebbe nascondere un aiuto di Stato.

 

La Corte tedesca ha lanciato un monito, ma si è guardata bene dal vietare simili operazioni rinviando la questione alla Corte di giustizia europea per un giudizio definitivo. Sta di fatto che questa sentenza ha riportato a galla la questione dei debiti pubblici, che era stata trascurata ultimamente. A farla passare in secondo piano è stata indubbiamente l’enorme liquidità in circolazione che si è riversata anche sui titoli con cui si finanziano i Paesi in maggiore difficoltà, anche grazie alle rassicurazioni che la BCE avrebbe fatto di tutto per salvare l’euro. E tra gli strumenti a sua disposizione spicca l’acquisto dei titoli pubblici dei Paesi dell’Europa meridionale (va ricordato che la BCE possiede ancora 175 miliardi di euro di obbligazioni statali italiane, greche, spagnole e portoghesi). L’impossibilità di ricorrere a questo tipo di operazioni di politica monetaria ridurrebbe di molto le possibilità di intervento della banca centrale soprattutto in un periodo di forte turbolenza dei mercati dei capitali e quindi la credibilità del suo impegno a far di tutto per salvare l’euro.

 

Il problema centrale è però un altro: questi debiti sono talmente elevati da rendere estremamente difficoltosa l’uscita di questi Paesi dalla crisi e soprattutto da rendere irrealistico qualsiasi piano di una loro riduzione che non preveda una ristrutturazione (ossia la cancellazione di una parte di questi debiti e/o l’allungamento delle scadenze di rimborso). Addirittura fantasioso appare l’obiettivo inscritto nel Fiscal Compact sottoscritto da tutti i Paesi dell’Unione, che prevede la riduzione dei debiti pubblici al 60% del PIL nel giro di venti anni. Ad esempio, per l’Italia ciò vorrebbe dire stangate annue dell’ampiezza di una quarantina di miliardi di euro. È quanto pensa il Fondo monetario internazionale, il quale sostiene che la momentanea tregua concessa dai mercati alle obbligazioni dei Paesi deboli dell’Europa non deve trarre in inganno e soprattutto non deve far pensare che il loro livello di indebitamento sia sostenibile.

 

Per l’FMI, è indispensabile la cancellazione di una parte di questi debiti che necessariamente passa anche attraverso l’accettazione di perdite sui crediti concessi dal Fondo salva-Stati e, quindi, dai Paesi europei più solidi. Una ricetta politicamente indigesta per i Paesi che hanno alimentato questo Fondo e soprattutto per la Germania, che è stato il maggiore contribuente. E infatti la replica tedesca non si è fatta attendere: il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, ha dichiarato che la questione si può risolvere con l’imposizione da parte di questi Paesi di una tassa patrimoniale straordinaria sui loro contribuenti. Insomma, tutti concordano che la realtà attuale è insostenibile e che bisogna trovare una soluzione.

 

Ma, come sempre, ciò produce vincenti e perdenti. Negli anni scorsi, come sottolinea anche l’FMI, i predenti sono stati i Paesi del Mediterraneo e soprattutto le loro popolazioni; i vincenti le banche tedesche, francesi e olandesi che avevano acquistato i loro titoli e che non hanno dovuto pagare il prezzo dei loro investimenti azzardati. Ora, si tratterà di capire chi resterà con il cerino in mano. È certo che la battaglia sarà lunga e aspra e quindi favorirà il riemergere della crisi dei debiti sovrani.

 

di Alfonso Tuor

 europa

I giudici di Karisruhe ritengono Infatti che il piano lanciato dalia BCE nell’estate del 2012 per salvare 1/1 la moneta unica e che prevede l’acquisto dei titoli con cui si finanziano ì Paesi in difficoltà viola il mandato della Banca centrale (foto Keystone)

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