Mali e nodi che l’Italia si tramanda

 

RIPORTIAMO UN ARTICOLO, APPARSO IL 6 FEBBRAIO SUL CORRIERE DEL TICINO , CHE RIGUARDA IL NOSTRO BENEAMATO PAESE. F.C.

 

CORRIERE DEL TICINO del 06.02.14

 

di Gerardo Morina

 

L’Italia potrebbe essere un grande Paese, se solo si mettesse nelle condizioni di decollare. La realtà dimostra invece che permangono pesanti zavorre che la tengono attanagliata al suolo. Si tratta di pesi di lunga data, che ovviamente non si scoprono oggi perché costituiscono un tutt’uno con il suo vissuto storico. È il caso delle cifre sulla corruzione rese note tre giorni fa da Bruxelles che parlano di un fenomeno quantificabile in 120 miliardi di euro annui per tutta l’area dell’Unione europea, di cui la metà attribuibili solo all’Italia.
Certo, sono cifre da prendere con le molle e non c’è quasi giornale italiano che non renda attento il pubblico sulla loro inesattezza. Perché, come ha d’altra parte avvertito un portavoce di Bruxelles, si tratta di studi basati su parametri diversi e non comparabili tra loro, quindi non è possibile concludere che l’impatto italiano equivalga alla metà di quello europeo. Se questa spiegazione è dovuta, resta il fatto che un sondaggio Eurobarometro mostra che tre quarti degli europei ( e, si noti, il 97 per cento degli italiani) considerano dilagante la corruzione a casa propria. Comunque lo si voglia affrontare (e Tangentopoli non è stata nella storia moderna del Paese che la punta di un iceberg), il fenomeno in Italia non diminuisce d’intensità, ma risulta anzi rafforzato da vicende che la dicono lunga su che cosa si celi sotto un’apparenza di cambiamento. Prendiamo, ad esempio, il recente caso di Antonio Mastrapasqua, il dirigente dell’INPS (l’ente pensionistico italiano) che occupava contemporaneamente ben venticinque poltrone e dimessosi dopo essere stato accusato di truffa, falso e abuso d’ufficio.

 

Mastrapasqua è il simbolo vivente di come l’intoccabile casta dei cosiddetti boiardi di Stato abbia potuto e possa prosperare anche a distanza di oltre vent’anni da quando Giuliano Amato intonò il requiem per le aziende a partecipazione statale. E qui tocchiamo il tasto estremamente dolente del ruolo dello Stato nelle vicende italiane, un ruolo ambiguo, che spiega e fa emergere i mali e i nodi che l’Italia non fa che perpetuare. Nello scorso ventennio il Paese aveva un alibi molto comodo: tutto ciò che di negativo succedeva andava attribuito ai danni provocati dal berlusconismo. Ma i mali non hanno un colore politico e in questo, ora, l’Italia si presenta sempre più nuda. Una dimostrazione dello scollamento esistente tra Paese politico e Paese reale viene dal «grido di dolore» espresso di recente dal presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, il quale non ha certo nascosto la sua posizione critica nei confronti del governo Letta quando ha affermato non solo che i nodi dell’economia reale vanno affrontati subito, ma che «l’Italia è ostaggio di una burocrazia soffocante e di un fisco punitivo, una rotta che occorre invertire se non vogliamo andare incontro alla deriva e poi al naufragio».

 

Né può un Governo che si rispetti quasi fare orecchio da mercante di fronte alla notizia di una settimana fa, nel suo genere epocale,che la Fiat (anzi FCA, Fiat Chrysler Automobiles), lascia l’Italia, non essendo il Paese competitivo sul mercato del lavoro, ma preda di uno Stato che impone troppe norme, troppi vincoli e troppe tasse. E che dire poi di uno Stato che non paga i suoi debiti ai creditori e provoca la chiusura di un’impresa su tre? Sul «Corriere della Sera» del 24 gennaio scorso Ernesto Galli della Loggia mette il dito nella piaga: esiste alla base, scrive, «un blocco burocratico corporativo accentrato nel cuore dello Stato e della macchina pubblica, il cui potere consjste principalmente nella possibilità decondizionare, ostacolare o manipolare il processo legislativo e in genere il comando politico».

 

Per Angelo Panebianco (stesse colonne, ma del 2 febbraio) «il problema italiano, quello che ci impedisce di porre le condizioni per il rilancio dell’economia, è l’immobilismo decisionale, il fatto che non sappiamo attuare quei radicali interventi che ci permetterebbero di affrontare con più ottimismo il futuro», mentre un altro insigne editorialista dello stesso quotidiano (4 febbraio), Maurizio Ferrera, nota che «nell’era della globalizzazione i mandarini della burocrazia costituiscono labirinti di norme e misurano il tempo con la clessidra». Come si vede, l’Italia non manca di ottimi medici. Il fatto è che continua ad avere una penuria di chirurghi, che sappiano passare dalle diagnosi ad interventi radicali.

 

Gerardo Morina

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