IL COMMENTO ALFONSO TUOR: Il declino del Belpaese

 

CORRIERE DEL TICINO del 23.11.13

 

di Alfonso Tuor

 

L’Italia è sull’orlo del baratro. Il Paese è al nono trimestre di recessione, la sua economìa sì è contratta di circa il 10% rispetto ai livelli precedenti la crisi dell’autunno del 2008, la disoccupazione è in continuo aumento e il Governo Letta sta ricorrendo ai trucchi contabili per rispettare gli obiettivi riguardanti i conti pubblici concordati con Bruxelles. Intatti, ritacendosi al gioco delle tre carte, si propongono versamenti anticipati di tasse per colmare il buco aperto dall’abolizione delle tasse sulla casa (IMU) e si cercano di nascondere le continue voragini che sì aprono qua e là : dall’enorme deficit del sistema pensionistico (INPS) agli incredibili conti degli enti locali e soprattutto delle società che a loro fanno capo (l’ultima voragine venuta alla luce è il miliardo e 600 milioni di euro dell’azienda dei trasporti del Comune di Roma).

 

Questa fotografia della realtà diventa ancora più cupa se si guarda in prospettiva. L’Italia si sta intatti avvitando in un circolo vizioso dal quale non potrà uscire se non attraverso un aumento dei consumi interni e delle esportazioni che non sembrano affatto all’orizzonte. La domanda interna non è infatti destinata a crescere sia per l’aumento della pressione fiscale sia per la riduzione dell’occupazione e dei liveìli salariali. La speranza di Enrico Letta di una ripresa europea che fungesse da volano per l’economia italiana sembra già svanita con i dati sulla crescita di Eurolandia nel terzo trimestre di quest’anno scesa allo 0,1%. Così la prevedibile stagnazione dell’economia europea e la crescita modesta degli altri Paesi non tanno prevedere un’impennata delle esportazioni. A conferma di ciò basti ricordare che il miglioramento della bilancia commerciale italiana è stato ottenuto principalmente attraverso un calo delle importazioni. Inoltre il Governo Letta non appare in grado di varare quelle riforme strutturali (non solo fiscali) tese a migliorare la competitività dell’industria italiana con il risultato che il Paese sta assistendo ad una moria di aziende che ne sta impoverendo il tessuto economico.

 

Ma c’è dì più. L’Italia non è riuscita a sfruttare il lun go periodo di bonaccia sui mercati finanziari dovuto non tanto ai suoi sforzi di risanamento dei conti pubblici, quanto alla grande liquidità pompata nel sistema finanziario in primis dalla Federai Reserve. Questa tregua dovrebbe terminare l’anno prossimo quando la banca centrale americana dovrebbe cominciare a stampare meno dollari. Per l’Italia ciò si tradurrebbe in un aumento dei tassi di interesse e quindi in un costo supplementare per Stato ed economia privata. Il risultato è un contìnuo declino del Paese, testimoniato dal crescente numero di aziende che chiudono e dalla vendita dei gioielli di famiglia, che va da alcuni prestigiosi marchi, soprattutto della moda, fino alla preannunciata svendita delle industrie che fanno capo allo Stato.

 

Questo declino è ulteriormente confermato dall’emigrazione di molti giovani che non ere dono più nel loro Paese. La strada sembra senza via di uscita anche a causa dello sgretolamento di un sistema politico teso più a difendere i propri privilegi che ad affrontare i nodi posti dalla crisi economica. In queste condizioni è comprensibile che emerga con forza la questione principale: l’economia italiana può avere un futuro rimanendo all’interno dell’euro? Questa domanda, che è stata finora repressa, è ora sulla bocca di tutti e la risposta è chiara: l’Italia starebbe molto meglio fuori da Eurolandia grazie ad una moneta libera di svalutarsi. Il problema è che non è affatto facile uscire dall’euro, anche se l’Italia con le sue difficoltà rischia dì essere il catalizzatore dì una spaccatura dell’Unione monetaria europea considerata da un crescente numero di europei come un giogo dal quale bisogna liberarsi.

 

Un Commento a “IL COMMENTO ALFONSO TUOR: Il declino del Belpaese”

  • Schwefelwolf:

    Uno “spaccato” che non fa una piega. Anzi..
    Andrebbe però aggiunto/sottolineato – a mio avviso – un aspetto.
    Ogni “sistema” funzionante deve poggiare su un proprio sano equilibrio interno. Faccio un esempio banale: se una pizzeria ha 10 tavoli dovrà avere 2 camerieri, se ne ha 100 dovrà averne almeno una decina. Se ha una decina di camerieri dovrà avere – penso io – almeno due pizzazioli. Poi dovrà avere un “capo” e almeno un cassiere, magari due. Se quella pizzeria ha, però, oltre al capo, quattro sottocapi, sei cassieri, e solo due camerieri ed un pizzaiolo, andrà inevitabilmente prima in perdita e poi in fallimento, a meno di non mettersi a vendere pizza&cocaina.

    L’Italia è una “pizzeria” in cui sempre meno “pizzaioli”, con sempre meno “camerieri” e con sempre meno “clienti”, si trova a dover mantenere sempre piú “cassieri”, “guardarobieri”, “capisala” e “capi” in genere. Per di piú gli hanno aperto, dall’altro lato della strada, un “kebab” che va alla grande: basso costo, buone porzioni, servizio immediato – e niente “guardarobieri”, ma neanche orari da rispettare o controlli sanitari da affrontare. Il destino è segnato – a meno di un miracolo: che arrivi Babbo Natale (“Angie” per gli amici, o magari anche “Super-Mario”) che regali a tutti una vagonata di miliardi. Ma anche cosí… Il problema viene peraltro inasprito dal fatto che tutti questi “cassieri” non sono gente qualunque: sono tutti fratelli, cugini, zii, amici & conoscenti del “capo”: come fai a buttarli fuori, se sai che andrebbero a morire di fame?

    Mi è chiaro che ogni paragone è costretto a zoppicare, ma penso che l’esempio “pizzeria” possa rendere l’idea.

    Le aree produttive del Paese sono state messe in ginocchio da (a) perdita di competitività legata all’euro, o meglio alla perdita della possibilità di gestire una propria moneta (Lira); (b) oneri tributari&contributivi da record e (c) da una micidiale concorrenza sleale “tollerata” nel nome delle globalizzazione. Con la crisi scoppiata nel 2008 questi nodi sono venuti, tutti, contemporaneamente al pettine – aggiungiamo la camicia di forza della burocrazia e la criminale inefficenza del sistema (magistratura etc.) ed è iniziata la moria.
    Meno fabbriche quindi meno lavoro, quindi piú disoccupati&cassa integrazione, quindi piú spesa dello Stato, quindi piú tasse. Questo “circolo vizioso” è entrato in rotazione e sta diventando un vortice.

    Anche tagliando – oggi – pensioni d’oro, costi della politica etc. non si riucirà mai ad uscire dal vortice: l’unica cosa sarebbe tagliare veramente (ma con la scure) sull’assistenzialismo e sul carrozzone dello “Stato” (per almeno 50-60 miliardi all’ANNO, cioè per i due terzi dell’importo che il Nord elargisce regolarmente al Centro-Sud), dimezzando le tasse sulle aziende e sui lavoratori (che sono al 90% al Centro-Nord): ma vorrebbe dire scatenare una guerra civile.

    Quindi? Avanti con tasse, sovvenzioni e assistenzialismo, fino al collasso…

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