SEGRETO BANCARIO: L618!GKE E1G4 K 44 E;68

 

CORRIERE DEL TICINO del 13.11.13

 

di Lino Terlizzi

 

Era tacile precedere, purtroppo, che in coincidenza con la campagna per le autodenunce fiscali in Italia vi sarebbe stato un flusso parallelo di artìcoli sui media della Penìsola, in cui il leit motiv di fatto è: il segreto bancario in Svizzera è ormai scomparso totalmente, le banche elvetiche stanno chiudendo i conti di chi non regolarizza la posizione fiscale, l’unica cosa possibile è aderire alla «voluntary disclosure», alle autodenunce appunto, che il Governo a Roma sta definendo. Punto e basta. Si leggono questi articoli, su quotidiani italiani anche dì grande tiratura, e si sente il sapore non eccelso di una minestra ormai più volte riscaldata.

 

È la stessa minestra degli anni degli scudi fiscali, quando le offensive dell’allora ministro Tremonti furono accompagnate da servizi in cui la Svizzera da un lato era sempre e solo la copertura delle operazioni finanziarie più turpi, dall’altro era un piccolo Paese che stava ormai capitolando. Morale della tavola ieri: aderite subito allo scudo, senza discutere. Morale della tavola oggi: aderite subito all’autodenuncia. Anche se I meccanismi di questa per la verità non sono stati ancora chiariti. Nel momento in cui Italia e Svizzera stanno cercando faticosamente di riannodare i fili di un negoziato fiscale che sin qui non è decollato, è un peccato che sì ripresenti una forzatura della realtà che non fa bene a nessuno.

 

Non fa bene alla Svizzera, certo, che viene illustrata ancora una volta come piazza finanziaria popolata quasi esclusivamente da evasori fiscali e come Paese che comunque sta rinnegando le sue norme. Ma non fa bene neppure all’Italia, perché questo tipo di offensive fiscal-mediatiche fa crescere in Svizzera ed in Ticino ancor più, l’opposizione ad accordi con un’Italia che si avverte di nuovo come apertamente ostile. Ed in Svizzera, questo nella Penisola bisognerebbe ricordarlo di più, il popolo spesso vota, anche sulle intese fiscali ed economiche. Roma ha un gran bisogno dì risorse finanziarie, questo si è capito, è legittimo che cerchi di recuperarle anche da capitali all’estero non dichiarati. Non è però legittimo che lo faccia lasciando che circolino sulla Svìzzera i soliti luoghi comuni sbagliati. Il segreto bancario elvetico è stato molto limitato ma c’è ancora e si configura come tutela della sfera privata.

 

Starà agli svizzeri decidere se eliminarlo oppure no, non ad altri. La Svizzera ha cercato soluzioni, piano Rubìk compreso, che potessero conciliare tutela della privacy e regolarizzazione dei capitali. Sono altri ad aver rifiutato queste soluzioni. La ministra delle Finanze Eveline Widmer Schlumpf ha accelerato in tema di scambio automatico dì informazioni. Alcune banche stanno spingendo sui clienti nella stessa direzione. Ma in Svizzera molti non sono d’accordo con queste accelerazioni. Un conto è la cooperazione, un conto è la demolizione delle norme elvetiche. Sarebbe bene tener presente, anche in Italia, queste semplici realtà. Negoziare in clima di conflitti e incomprensioni non è la cosa migliore.

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