Ripresa fragile e sbilanciata per l’Occidente

 

CORRIERE DEL TICINO del 09.11.13

 

di Alfonso Tuor

 

II mondo occidentale non sta uscendo dalla crisi. Anzi, le politiche seguite da autorità monetarie e politiche non stanno mettendo in moto una ripresa sana e, quindi, duratura, ma stanno, da un canto, aiutando il settore finanziario e, dall’altro, impoverendo gran parte della popolazione e accentuando le diseguaglianze di reddito che sono la causa prima della crisi attuale. Insomma, come è stato scritto, questa è una crisi che sta tacendo bene solo ai ricchi. Intatti la politica delle banche centrali, che consiste in tassi di interesse di poco superiori allo zero e in continue iniezioni di liquidità, sta rivelando tutta la sua inefficacia.

 

Negli Stati Uniti la ripresa non riesce a decollare nonostante la Federai Reserve stampi ogni anno un migliaio di miliardi di dollari e nonostante il costo del denaro sia insignificante. La conferma viene dagli ultimi dati diffusi da Washington. Intatti la crescita del PIL del 2,8% annualizzato (che vuol dire dello 0,7%, secondo I criteri europei) nel terzo trimestre di quest’anno è in realtà più modesta e soprattutto più debole. Essa è dovuta in gran parte ad un aumento delle scorte dì magazzino dello 0,8%, che dovranno essere smaltite nelle prossime settimane incidendo negativamente sui futuri livelli produttivi, e soprattutto mette in evidenza una preoccupante stagnazione dei consumi, che rappresentano circa i due terzi dell’economia americana. Nel Vecchio continente le illusioni di una ripresa sono state raffreddate dalla decisione della stessa Banca centrale europea di ridurre allo 0,25% il costo del denaro e di preannunciare che i tassi rimarranno molto bassi per un lungo periodo di tempo, poiché – come ha detto Mario Draghi – vi è il rischio che la crescita sia inferiore alle aspettative. Insomma, dopo anni di politiche monetarie ultraespansive l’economia continua a non riuscire a scrollarsi di dosso i guai emersi con la crisi finanziaria dell’autunno del 2008. Ciò non deve sorprendere, poiché queste politiche non aiutano l’economia reale, ma unicamente il settore finanziario e soprattutto continuano a ridurre la tetta di PIL che va ai ceti medi e bassi e quindi riducono la domanda finale oltre ad aumentare le disparità di reddito.

 

Il ritmo e l’ampiezza di questo fenomeno è impressionante. Secondo l’OCSE, nello scorso decennio ai lavoratori dei Paesi più industrializzati è andato solo il 62% di tutti I redditi rispetto al 66% degli anni Novanta. La contrazione di questi redditi implica una diminuzione del potere d’acquisto delle persone più propense a consumare e quindi una diminuzione dei consumi. Questo processo si è accentuato negli anni di questa crisi. La crescente tetta di torta che va agli utili si è ulteriormente ingrossata, poiché la crescita stentata dei nostri giorni produce disoccupazione e ristrutturazioni aziendali che riducono la quota di reddito che va ai lavoratori.

 

A ciò si deve aggiungere l’effetto delle politiche di risanamento dei conti pubblici che sono principalmente a carico dei lavoratori, dato che questi ultimi sono gli unici a non riuscire a sfuggire alle maglie del fisco. D’altro canto, le politiche monetarie espansive ingrossano ulteriormente i redditi dei detentori di capitale che beneficiano, tra l’altro, di mercati finanziari sospinti al rialzo dall’enorme liquidità pompata nel sistema economico. Il risultato finale è che coloro che vogliono spendere non hanno i soldi per consumare e quindi rilanciare l’economia, mentre coloro che hanno I soldi continuano ad arricchirsi. La conferma viene ad esempio dagli Stati Uniti, dove la parte del reddito nazionale che va al 99% della popolazione meno favorito è scesa dal 60 al 50%. Questa impressionante concentrazione della ricchezza e il conseguente aumento delle diseguaglianze vengono rafforzati dalle attuali politiche economiche. Per uscire veramente dalla crisi occorre invece correggere queste storture e dare maggiore potere d’acquisto a quel 99% della popolazione. Ma per imboccare questa strada occorre un’altra politica, di cui si stenta a vedere traccia all’orizzonte.

 

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