SE IL DUBBIO DISARMA LA CERTEZZA

 

Proponiamo agli amici lettori un articolo apparso sul Corriere del Ticino il giorno 5 settembre 2013. – Buona lettura!

 

di Fabio Pontiggia – Corriere del Ticino

 

È necessario, utile e giusto un intervento militare occidentale contro il regime siriano di Bashar al Assad? La domanda corre sulla bocca e nella testa di tutti noi in questi giorni di guerra delle parole. Nel fervore della contrapposizione tra chi vuole l’attacco e chi lo rifiuta, c’è un solo dato – per ora – rassicurante: anche chi non è esperto di questioni geostrategiche sa che finché si parla ad alta voce i cannoni tacciono. E nei prossimi giorni si parlerà ancora parecchio nei Parlamenti delle nazioni i cui presidenti o governi fanno pressing affinché dalle parole si passi ai fatti.

 

Quali elementi sono a disposizione di noi non addetti ai lavori per farci un’idea di quanto sta accadendo in Siria e di cosa sia meglio fare o non fare? Ve ne sono almeno quattro. Il primo. La Siria è retta da un regime tirannico, che in passato non ha avuto remore nel reprimere duramente i moti di protesta interna, nel silenzio della comunità internazionale. Oggi la rivolta contro questo regime è condotta da un’opposizione armata disarticolata, in cui sembra avere un peso tutt’altro che indifferente l’estremismo islamico violento, legato al terrorismo di al Qaeda, già visto all’opera nelle primavere arabe. Il secondo. La caduta dei regimi tirannici nei Paesi arabi (dall’Iraq alla Tunisia, dalla Libia all’Egitto) non ha portato né democrazia, né stabilità, né pacificazione, nemmeno laddove il ribaltamento istituzionale è avvenuto con il peso determinante dell’intervento militare esterno.

 

I fatti ci dicono purtroppo che l’alternanza non è fra un sistema autoritario e un sistema democratico, ma fra un sistema autoritario e, nella migliore delle ipotesi, il caos incapace di arrivare ad una democrazia che offra un minimo di garanzie. Il terzo. Che in Siria siano state utilizzate armi chimiche, proibite dal diritto internazionale (ma Damasco non ha mai firmato la Convenzione di Parigi che le vieta) è certo. Su chi le abbia utilizzate, a dispetto delle certezze esibite dall’amministrazione Obama e dal presidente francese Hollande, i dubbi invece si accumulano. Gli ispettori dell’ONU ci diranno verosimilmente quali armi chimiche sono state utilizzate e dove, ma non chi le ha utilizzate. L’ex procuratrice internazionale Carla Del Ponte, alcune settimane fa, aveva fatto affermazioni che contrastano palesemente con quanto oggi asseriscono gli USA e la Francia.

 

Nei giorni scorsi, un servizio giornalistico realizzato dall’ex corrispondente dell’AP in Medio Oriente e da un altro giornalista che ha condotto ricerche e realizzato interviste sul terreno in Siria, nella zona di Goutha teatro del massacro di civili innocenti, ha riferito che le armi chimiche sarebbero state utilizzate, per sbaglio, dai ribelli e che le forniture sarebbero giunte dall’Arabia Saudita. Il quarto. Il precedente della seconda guerra in Iraq – quella di Bush figlio contro Saddam Hussein – non aiuta a sostenere le certezze odierne di Washington e Parigi.

 

Le armi di distruzione di massa non c’erano (più?) a Bagdad. È vero che una menzogna passata non necessariamente e automaticamente trasforma una possibile verità presente in altrettale menzogna: ma per questo occorrono prove veramente certe e inconfutabili sulla paternità dell’uso delle armi chimiche. Queste prove certe e inconfutabili, nel caso della Siria non ci sono o, se ci sono, non sono state rese pubbliche e quindi non sono per ora verificabili in modo indipendente. I dubbi, al contrario, si moltiplicano. Questi gli elementi a disposizione di chi osserva inquieto e anche inorridito ciò che sta accadendo in Siria e ciò che si prospetta per le prossime settimane. Nell’approfondimento che il nostro giornale presenta oggi in Primo piano (alle pagine 2 e 3), con il confronto tra i fautori dell’intervento militare e gli oppositori, vengono fornite chiavi di lettura divergenti.

 

Non ci sono certezze né sulla necessità, né sull’utilità, né sull’equità di un attacco militare. La logica ammesso che in un conflitto come quello siriano ci sia ancora spazio per la ragione – ci dice che il regime di Damasco non avrebbe avuto alcun interesse ad utilizzare armi chimiche proprio nei giorni in cui sul suo territorio erano operativi, pur tra mille difficoltà e ostacoli, gli ispettori dell’ONU. La Siria non è la Tunisia, né la Libia. Per posizione geostrategica si avvicina più all’Egitto. Un’altra polveriera a ridosso di Israele aprirebbe scenari inquietanti. Oltre la dimensione religiosa, la forte iniziativa di papa Bergoglio indica oggi l’opzione probabilmente più assennata alla luce di quanto è dato conoscere.

 

di Fabio Pontiggia – Corriere del Ticino

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