LA DIGNITA’ SACRIFICATA AL REALISMO

 

COME CI GIUDICANO ALL’ESTERO
di Gerardo Morina – Corriere del Ticino

 

La scena politica italiana ha prodotto ieri due certezze. Non si dimette il ministro dell’Interno Angelino Alfano (PdL), chiamato a rispondere sul giallo dell’espulsione dei kazaki. E neppure cade la testa di Roberto Calderoli, esponente leghista e vicepresidente del Senato, responsabile dell’offensivo paragone («Sembra un orango») con cui ha umiliato Cécile Kyenge, ministro dell’Integrazione del Governo Letta. Entrambi i politici si sono difesi e pubblicamente autoassolti. «Nessuno del mio Esecutivo sapeva», ha tenuto a dire Alfano. Mentre la relazione del capo della polizia Alessandro Pansa è sul tavolo del ministro, una dimissione ieri c’è stata, quella del capo di Gabinetto dello stesso Alfano, Giuseppe Procaccini, seguita dalla sostituzione del capo della segreteria del dipartimento pubblica sicurezza, Alessandro Valeri. Probabilmente capri espiatori della vicenda kazaka, che non ha ancora un vero epilogo.

 

Su un versante parallelo non si è fatta attendere l’autoassoluzione di Calderoli che ha teso la mano, scusandosi, al ministro Kyenge. «Non mi dimetto – ha sottolineato- . Avrei dovuto rispondere solo a chi mi ha votato ma sarei stato pronto a farlo se nell’ufficio di presidenza ci fosse stata un’amplissima maggioranza che me l’avesse chiesto. Ma così non è stato». L’opinione pubblica italiana rimane però scettica. In quale Paese, si chiede, può accadere che un ambasciatore straniero, in questo caso kazako, si rivolga direttamente all’autorità di polizia per chiedere – ed ottenere – l’espulsione immediata e il trasferimento in patria dei familiari di un dissidente? La linea seguita dal ministro Kyenge, che propone l’adozione dello «ius soli» e l’abrogazione del reato di immigrazione clandestina, è tutt’altro che ineccepibile, se non altro per le conseguenze nazionali e internazionali a catena che tali misure produrrebbero.

 

Ma un conto è un dibattito sul piano ideologico ( sul quale la Lega Nord è particolarmente agguerrita); un altro è trasferire la propria contrarietà su una persona di origine africana e che ricopre In Italia un ruolo istituzionale, usando epiteti certamente più da bar sport che da esponenti politici. Dove sono allora, si chiede ancora l’italiano medio di ogni estrazione politica, il senso di responsabilità individuale e il dovere di servizio di chi dovrebbe rappresentare gli elettori, dov’è il senso di dignità, di decenza e di «fair play» che dovrebbe guidare la coscienza di chi fa politica rendendo conto in ogni momento delle proprie azioni? Serve pertanto a poco cercare di fornire spiegazioni ad un pubblico che non è così smaliziato da non far più caso a ciò che succede. Può avere invece più senso inquadrare i perché di certi comportamenti, tentando di decriptarli in un contesto come quello politico italiano dove il richiamo del realismo e della convenienza è più forte di ogni altro. Ogni ministro che giura nella mani del presidente della Repubblica, o semplicemente chi si dedica alla politica, dichiara a parole di fare il bene del Paese.

 

Ma, e non occorre essere acuti osservatori per capirlo, tale spirito si perde sovente lungo il cammino. Perché, lo ricordava già nel Cinquecento Francesco Guicciardini, la politica italiana tende a rincorrere il «particulare», un termine che gli analisti politici americani rendono più modernamente ricorrendo alla parola «hyperpartisanship», cioè eccesso di partigianeria. Vogliamo allora, se possibile, svelare gli arcani dei comportamenti di cui abbiamo parlato? Se Calderoli non si frena in ciò che dice è perché il suo è soprattutto un calcolo politico e cinico che ha come obiettivo la «pancia» della Lega Nord, sperando di restituire al partito una popolarità e in special modo una visibilità che è andato sempre più perdendo. Se poi i componenti dell’attuale Governo appaiono impermeabili a deprecare con una posizione comune sia la vicenda kazaka sia quella che riguarda Calderoli, ciò avviene per una serie di motivi. Il primo è l’eterogeneità di questo Esecutivo delle larghe intese, pieno di insofferenti della coabitazione forzata.

 

A sinistra il Partito democratico è scosso da una battaglia interna, dal momento che, possedendo un leader dato per vincente alle elezioni, come Renzi, sta lottando per evitare di candidarlo. A destra il PdL vive giorni drammatici in attesa del verdetto della Cassazione di fine mese su Berlusconi, nella consapevolezza che, senza il suo fondatore, diventerebbe un partito inesistente. Inoltre, la prospettiva di elezioni intimorisce più che attirare entrambi gli schieramenti perché tutti sanno che, votando con l’attuale legge elettorale, il rischio di un nuovo stallo sarebbe molto elevato, con la prospettiva di un Governo fotocopia. Di fronte a tali incertezze meglio difendere l’attuale roccaforte ed evitare ogni rottura.

 

A qualsiasi costo e anche isolando il premier Enrico Letta.

 

di Gerardo Morina

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