Il lessico corretto dice che la Kyenge è “diversamente colorata”

 

Riportiamo un brillante articolo di Gilberto Oneto pubblicato il 22 giugno sul quotidiano on line L’INDIPENDENZA. Un piccolo capolavoro di sapido umorismo e sottile ironia. Un vero piacere leggerlo.
La Martinella

 

di Gilberto Oneto – L’indipendenza

 

La faccenda Kyenge ha riportato d’attualità la polemica lessicale: si deve dire “nero” e non “negro”. In Italia le riforme si fanno solo a parole e sulle parole. Gli invalidi sono passati da”handicappati a “disabili’ e “diversamente abili” senza una soluzione decente ai loro problemi né ha fatto del bene ai ciechi diventare “non vedenti1′, come l’igiene di Napoli non è migliorata con la promozione degli spazzini a “operatori ecologici”. Anche peggio è andata agli omosessuali per cui si è trovato un ambiguo inglesismo, “gay”, che nello slang londinese d’origine era un nomignolo irriverente, il corrispettivo del milanese “cü alegher”.

 

ministro KyengeCosì non si deve dire che la signora Kyenge sia “negra”. La fobia viene dall’America dove nel tempo il termine ha trovato un’accezione negativa con la deformazione in “nigger”. Paradossalmente la cosa era partita dai ‘buoni”: i nordisti chiamavano con disprezzo “secesh nigger” i negri che combattevano a fianco dei confederati contro i buoni propositi di Lincoln. Così si è passati a “black” (dalle nostre parti un diflùsissimo nome canino), al benettoniano “coloured” e al politicamente corretto “afroamericano”, che però dimentica di riferirsi a gente che è in America da più tempo di gran parte dei bianchi.

 

Si potrebbe dire che la signora Kyenge è “colorata”, “diversamente pigmentata”, oppure “afroitaliana”, che però la confonderebbe con Violante che è nato in Etiopia o con La Russa, che sembra appena sceso da uno sciabecco saraceno con Khalid Chaouki Guai a parlare di “abbronzatura”: ne sa qualcosa Berlusconi

 

Si deve dire “nera” ma la signora Kyenge non è nera: il nero è una cromia precisa che non le corrisponde sulla tabella colori Lei è marrone, caffelatte. Si potrebbe rispolverare il termine “moro”, come Otello (ma non Ludovico).
Improponibile è il più classico “turco”, “turcho”, per convenienza diplomatica e per una imbarazzante omonimia che ha interessato in passato la stessa poltrona ministeriale e che in questi giorni suonerebbe ancora più impopolare. Non si può neppure fare finta di niente perché a sottolineare la diversità della signora ci hanno pensato proprio i suoi colleghi che nella foto ufficiale di gruppo del nuovo governo l’avevano messa al centro, fra Letta e Napolitano. Non l’hanno sicuramente fatto per una ricerca di finezze cromatiche “alla” Veronese, che infilava negretti nelle sue composizioni È la loro mascotte, è la loro bandiera: la signora Kyenge sventola. E così si garantiscono l’eroica condizione di non dover mai alzare bandiera bianca.

 

È un problema che si pongono solo loro, in mala fede e avvolti dalla loro coda di paglia progressista: alla gente normale non importa che la signora sia nera o negra. Al governo ci sono passati rossi rosa, neri, negri da lampada (Fini), azzurri, gialli verdi verdi-verdi biancofiore, grigi sobri, arancioni e viola: gli italiani ne hanno viste proprio di tutti i colori Poco importa anche che la signora sia comunista: pure di quelli ne sono passati tanti e lei non può essere peggio degli altri Importa invece che abbia competenza e finora non ha dato grandi dimostrazioni di capacità, anzi.

 

Non è un bel segnale per chi doveva rappresentare i “nuovi italiani” più scuri. Non è neanche la prima volta che succede: chi si ricorda le performance dell’onorevole Dacia Valent? O quelle di Cicciolina, pur diversa per qualità estetiche e cromatiche: era bianchissima e il rosso era delle luci

 

Il solo vero vantaggio della signora Kyenge è che può dire e fare le peggiori pirlate – come quella delle auto blu contro mano – senza la preoccupazione di arrossire. Per questo Letta avrebbe dovuto fere un governo di soli negri, come gli Harlem Globetrotter. A lui invece la pigmentazione non serve: da vecchio democristiano non conosce la vergogna.

 

di Gilberto Oneto – L’indipendenza

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