SCUSATE MA ABBIAMO GIA’ DATO

 

OSSERVIAMO COME LA PICCOLA E ORGOGLIOSA SVIZZERA SAPPIA DIFENDERE LE PROPRIE LEGGI, ANCHE NEI CONFRONTI DELL’ INVADENTE GIGANTE U.S.A. ECCO UN ESEMPIO CHE LA TIMOROSA ITALIA DOVREBBE IMITARE.
La Martinella

 

di Moreno Bernasconi – Corriere del Ticino

 

In un clima di grande confusione le Camere si avviano (a meno di colpi di scena improbabili) ad affossare la Lex USA. Tanto meglio, perché la Svizzera ha già dato. Sia agli Stati Uniti sia alle banche. Abbiamo fatto il samaritano nei confronti di banche che si sono comportate in modo irresponsabile e/o fraudolento e ci siamo chinati poco onorevolmente al diktat americano. Non crediamo che sia né giusto né nell’interesse globale del nostro Paese votare ancora una legge speciale che sospenderebbe per un anno il diritto elvetico (così da impedire il referendum facoltativo), diritto che protegge non solo i clienti degli istituti finanziari ma anche gli impiegati che lavorano in questo settore. Per motivare questa posizione facciamo un passo indietro.

 

Nel 2008, a seguito della crisi dei subprime e degli investimenti irresponsabili fatti, UBS rischia di fallire. La Banca nazionale svizzera e il Consiglio federale decidono di salvarla dalla bancarotta grazie a prestiti e garanzie a 10 zeri. Non lo fanno per amore, ma semplicemente perché esisteva un rischio molto reale che con UBS andasse a gambe all’aria anche il sistema-Svizzera, vale a dire la rete economico-finanziaria nazionale. Nel 2009 le autorità americane accusano la più grande banca svizzera di comportamenti fraudolenti nei confronti del fisco americano e intimano a Berna di dare informazioni su 52.000 titolari di conti di clienti UBS. La Svizzera invoca il rispetto del diritto elvetico che vieta la consegna di questi dati e accetta – in cambio della rinuncia all’azione civile – un accordo extragiudiziale che prevede comunque di fornire assistenza amministrativa su 4.450 conti UBS. Questo caso inglorioso, provocato dal comportamento da filibusta di alcuni dirigenti di UBS, fu pagato a caro prezzo dalla Svizzera.

 

Ci è costato dal punto di vista finanziario, ma soprattutto ha minato fortemente la credibilità e la solidità della piazza finanziaria elvetica. Dopo il ritiro dell’azione civile contro UBS da parte americana nel 2010 ci si potevano aspettare tempi più tranquilli. Purtroppo, siccome non c’è fine al peggio, scopriamo che proprio nel bel mezzo del pasticciaccio, una serie di altre banche svizzere ebbe la geniale idea di invitare quegli stessi clienti di UBS cui il fisco americano dava la caccia a trovare rifugio sotto le loro ali protettive. La Lex USA altro non è che la conseguenza di quel comportamento scriteriato. Washington è ovviamente tornato alla carica e nel mirino stavolta ci sono Credit Suisse, alcune banche cantonali (tra cui quella di Zurigo e di Basilea) e altri istituti. Di fronte a tanta scellerata grulleria bisogna avere particolari riguardi? Il Parlamento dovrebbe firmare un assegno in bianco senza conoscere il contenuto del rapporto che le autorità americane hanno convenuto con il Governo elvetico per risolvere questa nuova vertenza? Dovrebbe autorizzare una legge speciale che sospende il diritto elvetico autorizzando a consegnare agli Stati Uniti informazioni su flussi bancari, chiusure di conti e trasferimenti da un conto all’altro, nonché nomi di impiegati di banca e di terzi che potranno venir perseguiti dalle autorità americane? Meglio che la giustizia americana proceda nei confronti delle banche indagate con le procedure giudiziarie normali (per le quali valgono ancora, si spera, i principi di presunzione di innocenza) e che gli istituti finanziari in questione decidano poi liberamente se fornire oppure no agli USA i dati richiesti, rispettando oppure no le norme previste dal diritto svizzero ed assumendosene le conseguenze nei confronti della giustizia elvetica e/o di quella statunitense.

 

L’impressione che si ha a guardare questo enorme pasticciaccio brutto è che pur di arrivare ad una soluzione globale anche nei confronti delle altre banche inquisite negli Stati Uniti, il Governo elvetico non abbia ponderato bene gli effetti perversi dell’esercizio nel quale si è lasciato trascinare e abbia perso dì vista gli interessi globali del Paese. Certo, non bisogna sottovalutare la possibilità che per le banche svizzere indagate negli USA la fattura da pagare possa essere a tal punto elevata da metterle seriamente in difficoltà. Ma la Confederazione non è la Croce Rossa. Senza parlare del fatto che questa ulteriore breccia nel diritto elvetico potrebbe indurre altri Paesi europei a seguire l’esempio degli Stati Uniti. Coi tempi durissimi che corrono, Paesi europei indebitati fino al collo (o chiamati a pagare i debiti altrui) non avrebbero nulla da perdere ad estrarre la colt e a fare lo sceriffo. Peer Steinbruck non aspetta altro.

 

di Moreno Bernasconi – Corriere del Ticino

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