LE FORBICI SPUNTATE DI DRAGHI

 

di Vanni Caratto – Corriere del Ticino

 

È successo solo una volta da quando il presidente della Banca centrale europea è Mario Draghi che i tassi siano stati tagliati per due mesi di seguito: era novembre del 2011 e l’italiano si era appena insediato a Francoforte. Il mese dopo un’altra sforbiciata aveva portato il livello del tasso al minimo storico dell’1% Oggi qualcuno si attende il bis, dopo l’intervento di maggio che ha portato il tasso allo 0,50% Ma la cartuccia potrebbe anche essere risparmiata per i prossimi mesi, visto che, all’attuale livello dei tassi e con interessi sui depositi presso la BCE già azzerati, rimangono ben pochi margini di manovra per dare nuovi stimoli al mercato. Certo è che il sentiero di SuperMario – a cui tutti riconoscono il merito di aver salvato l’euro dal crack un anno fa – oggi diventa sempre più stretto: se il pericolo di un di sfacimento dell’euro sembra essersi allontanato, l’ipotesi che la fase di crisi dell’economia dell’Eurozona lasci spazio a una robusta ripresa non viene evocata neanche dagli economisti più ottimisti.

 

Lo stesso Draghi ha ripetuto da Shangai a inizio settimana che la ripresa dell’economia dell’area euro sarà «molto graduale» e si dispiegherà solo «nell’ultima parte dell’anno». Un quadro che conferma i dati resi noti proprio ieri da Eurostat: il PIL dell’area della moneta unica è calato nel primo trimestre dello 0,2% Si tratta del sesto calo trimestrale di fila, anche se la durezza della recessione si è attenuata. Un dato che potrebbe costringere già oggi la Banca centrale ad una revisione delle proprie stime sul PIL dell’area euro.

 

A leggere le ultime previsioni rese note dal Fondo monetario internazionale sulle più importanti economie europee, qualche conferma in questo senso sembra arrivare: lunedì scorso le stime di crescita del PIL tedesco sono state ridotte da 0,6%a 0,3% per l’anno in corso, con un taglio netto del 50% quelle della Francia sono state pure riviste al ribasso, da -0,1 %a -0,2% Ma non è detto che un ulteriore taglio dei tassi da parte della BCE oggi possa attenuare il rallentamento dell’economia. Il problema di Draghi in questa fase non è offrire «denaro facile» al sistema finanziario, ma fare sì che questo denaro venga trasmesso al sistema economico. Non è la benzina che manca, è la cinghia di trasmissione delle banche che non gira ad un regime adeguato.

 

Questo è un punto su cui Draghi ha insistito molto negli ultimi mesi, invitando le istituzioni finanziarie ad essere più attive nei confronti del sistema economico. Le banche si trovano in questo modo strette tra due fuochi: da una parte vengono chiesti parametri più rigidi di solidità e patrimonializzazione per evitare altri pericolosi scossoni al sistema finanziario; dall’altra le si invita ad essere più attive verso un sistema economico che mostra ancora tutte le sue fragilità.

 

Ma su questo aspetto il presidente della Banca centrale non vuole cedere ed ha già detto di essere pronto ad attuare anche misure non convenzionali, come l’introduzione di tassi negativi sui depositi presso la BCE. È questa l’altra carta che Draghi potrebbe calare sul tavolo nella riunione di oggi: che questo poi incentivi realmente le banche a mettere maggiormente in circolo il denaro è uno scenario ancora tutto da verificare. In questo quadro che si sta delineando la Banca nazionale svizzera non può che monitorare da vicino la situazione e intervenire, se necessario. Negli ultimi giorni l’euro ha di nuovo perso terreno nei confronti del franco; un’eventuale taglio dei tassi della BCE potrebbe avere un effetto negativo sulla nostra moneta, spingendo di nuovo il franco verso quella soglia di 1,20 che la BNS ha posto come limite invalicabile.

 

In caso di bisogno il presidente della BNS, Thomas Jordan, non ha escluso di ricorrere anche a tassi negativi, qualora servisse per indebolire le spinte al rialzo che ancora gravano sulla moneta elvetica. La prossima mossa resta comunque nelle mani di Mario Draghi. Il suo attivismo tuttavia appare oggi in una nuova luce, dopo la discesa in campo della Federai Reserve americana e soprattutto della Bank of Japan per stimolare la ripresa dei rispettivi Paesi. La banca centrale USA pompa ormai da tempo nel sistema 85 miliardi di dollari al mese e ha promesso di continuare a farlo finché la disoccupazione non scenderà a livelli adeguati (domani pomeriggio sarà reso noto il dato di maggio), anche se crescono le voci di dissenso verso questa politica; l’istituto centrale nipponico ha varato un piano da 101 mila miliardi di yen (960 miliardi di franchi) per risollevare il Paese da vent’anni di stagnazione.

 

La bontà di queste politiche aggressive – soprattutto sul medio termine sarà tutta da valutare. Intanto qualche preoccupante scricchiolio ha incominciato ad arrivare da Tokyo e dal suo mercato finanziario.

 

di Vanni Caratto – Corriere del Ticino

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