SIAMO FORTI SE RIMANIAMO NOI STESSI

 

di Moreno Bernasconi – Corriere del Ticino

 

In Svizzera molte cose essenziali per il buon funzionamento e il successo del sistema non sono dette. Sono sottintese perché espressione di un approccio culturale della cosa pubblica e della vita sociale che riconosce certo la centralità del principio legale, ma lascia anche ampio margine al principio contrattuale, ovvero alla possibilità di ottenere un risultato pragmaticamente, a partire dall’esercizio della corresponsabilità fra le parti. In un sistema federalista e basato sulla democrazia diretta come quello svizzero, le parti sono i Cantoni, i Comuni, le associazioni, i cittadini ovvero il Popolo sovrano cui spetta il ruolo dell’opposizione e della proposizione. Se si indebolisce la responsabilità delle parti, segnatamente la sfera di azione della responsabilità dei Cantoni, delle associazioni, del cittadino, si indebolisce un sistema che ha fatto le sue prove, che ha ottenuto e ottiene notevoli successi dal punto di vista dell’equità (sociale ed economica) e della redditività (il benessere).

 

Uno degli elementi culturali significativi, non detti, del sistema svizzero è la protezione della sfera privata del cittadino. Un altro elemento culturale significativo che ci viene da lontano (dal diritto romano) è la presunzione di innocenza. Attualmente – complice un momento storico di gravissima crisi finanziaria che purtroppo autorizza gli Stati a rinunciare alla forza del diritto per imporre il diritto della forza – è in atto a livello internazionale una vera e propria offensiva contro la sfera privata dei cittadini e contro il principio della presunzione di innocenza. Contro chi possiede ricchezza, Stati mal gestiti, doppiogiochisti (e in taluni casi corrotti) tendono a scatenare sospetti o addirittura ire collettive, come se all’origine del malfunzionamento del sistema o dell’indebitamento irresponsabile degli Stati ci fosse anzitutto una masnada di cittadini arraffoni e speculatori che hanno approfittato delle maglie larghe di una fiscalità compiacente con la frode.

 

Sappiamo che all’origine della presente crisi finanziaria ci sono anche speculazioni senza scrupoli e irresponsabili che hanno fatto saltare grandi istituti bancari e lucrato sulla pelle di piccoli risparmiatori e piccoli proprietari di casa applicando algoritmi sfuggiti ad ogni controllo, ma è altrettanto evidente che il gigantesco indebitamento che spinge gli Stati ad imporre la legge della forza e diktat in uso in tempo di guerra sia dovuto anche, in buona parte, a enormi burocrazie statali (e sovranazionali), a caste parassite o a modelli di sviluppo di Governi irrealisti o velleitari.

 

In questo contesto internazionale di guerra economico-fiscale, se siamo stati costretti una volta a scegliere il male minore del diktat americano nel caso UBS (che non potevamo permetterci di far fallire) per quale ragione la Svizzera dovrebbe rinunciare oggi spontaneamente, al suo interno, a valori essenziali come la protezione della sfera privata di cittadini che in larga misura pagano le tasse e si assumono ampie responsabilità sociali e politiche in virtù del principio di sussidiarietà e della democrazia diretta? Perché mai dovremmo adottare uno scambio automatico di informazioni fiscali che – de facto – mina il principio della presunzione di innocenza e rompe il rapporto di fiducia – essenziale in una democrazia come la nostra – fra cittadino e governanti? L’iniziativa a protezione della sfera privata presentata ieri da un comitato comprendente esponenti del PPD, del PLR e dell’UDC non è la panacea, ma ha il merito di lanciare una discussione sulla necessità di preservare questa cultura politico-sociale che in Svizzera ha prodotto risultati eccellenti. Una cultura politica in larga misura non detta e in parte assente dalla Costituzione, che merita invece di entrare a far parte della nostra Carta fondamentale.

 

Questo dibattito è a fortiori importante dal momento che una maggioranza in Consiglio federale sembra aver perso questa consapevolezza, confondendo le scelte di opportunità e di necessità contingenti da parte di un piccolo Paese isolato nei difficili rapporti di forza internazionali attuali, con le riforme (ad esempio nel campo del diritto penale fiscale svizzero) più o meno opportune all’interno del nostro Paese. Sarebbe sbagliato considerare l’iniziativa lanciata ieri un’operazione di conservazione ad opera di nostalgici che sognano una Svizzera che non c’è più. Semmai è vero il contrario. È la Svizzera che c’è, con la sua cultura politica, i suoi valori e i suoi rapporti fra cittadino e Stato che ha prodotto i successi che sono sotto gli occhi di tutti. Vogliamo davvero farci male con le nostre mani?

 

di Moreno Bernasconi – Corriere del Ticino

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