IL GOVERNO RITIRATO IN CONVENTO

 

ARTICOLO TRATTO DAL “CORRIERE DEL TICINO” DEL 13/05/2013

 

di Gerardo Morina

 

Fino a stasera i ventuno ministri del Governo di Enrico Letta sono ritirati in convento. Tuttavia per i membri dell’Esecutivo italiano, convocati via twitter dal loro capo nella quiete dell’abbazia, oggi sconsacrata, di Spineto in provincia di Siena, si tratterà di esercizi non spirituali ma concretamente politici. L’ordine del giorno parla chiaro. Ogni ministro dell’Esecutivo dovrà formulare le sue proposte per i primi cento giorni del Governo, con tre priorità: IMU (l’imposta sulla prima abitazione), lavoro e riforme istituzionali.

 

La formula del ritiro piace ad Enrico Letta, ex democristiano poi confluito nel Partito democratico, perché gli ricorda le severe adunanze conventuali care alla tradizione della DC. All’occasione Letta si è preparato con lo spirito giusto: «Non governerò a tutti i costi» – aveva tenuto a dire il presidente del Consiglio sabato scorso a Roma parlando all’Assemblea nazionale del Partito democratico – «ma lo farò con tutte le energie che il Signore mi ha dato». Letta dimostra così la sua convinzione non solo di poter fare da tutore di un Governo che sta compiendo i suoi primi passi, ma anche di continuare a fungere da paciere in una coalizione eterogenea chiamata per mancanza di alternative ad apparire coesa pur tra le tensioni che serpeggiano tra i membri dei singoli partiti. Lo si è visto anche sabato scorso a Brescia alla manifestazione del centrodestra dove, accanto all’uffi¬ cialità del discorso-comizio di Silvio Berlusconi non sono mancate le contestazioni di piazza della «tifoseria» opposta.

 

L’origine della protesta va cercata sia nella contrarietà con cui le frange estreme, soprattutto del centrosinistra, guardano all’«inciucio» di Governo, sia nelle polemiche innescate dalla presenza a Brescia di ministri berlusconiani, visti come fuori posto in una manifestazione solamente di partito. Brescia ha evidenziato il solco profondo che permane nelle retrovie del PD e del PdL, due Italie contrapposte che non hanno alcuna intenzione di seppellire la loro ascia di guerra, un tintinnio di spade che continua a fare da sottofondo al Governo obbligato delle «larghe intese». Un clima, questo, certamente non aiutato dalle coincidenze di natura processuale che riguardano Berlusconi, sul quale pesano le condanne emesse prima dalla Seconda Corte d’Appello di Milano nel processo Mediaset e poi quella, attesa per oggi, legata alla sentenza sulla vicenda Ruby-Rubacuori. In uno «speciale» trasmesso ieri sera da Canale 5, il Cavaliere ha parlato dalla sua casa di Arcore delle «persecuzioni giudiziarie» di cui afferma di essere oggetto e per le quali non intende comunque allontanarsi dalla politica, in special modo in questo momento in cui urge un sostegno vigoroso al neonato Governo di coalizione.

 

La sorte dell’esecutivo Letta è parallelamente legato all’evoluzione, o all’involuzione secondo opposti sviluppi, delle trasformazioni in atto all’interno del Partito democratico. Il PD appare attualmente congelato in attesa di dotarsi di un leader duraturo. Per il momento e fino al congresso di partito previsto fra quattro-cinque mesi, il PD si affida al «traghettatore» Guglielmo Epifani, da poco eletto segretario. Provenendo dal mondo sindacale, è probabile che Epifani cercherà di influenzare a sinistra le politiche sociali ed economiche del Governo, con la possibile prospettiva di creare uno stallo nei rapporti di convivenza con il centrodestra. All’interno del Partito democratico, i prossimi mesi dovranno essere impiegati a formulare idee innovative e a creare un gruppo dirigente all’altezza della situazione.

 

La strada è tutta in salita perché troppi sono i nodi da sciogliere, mentre il partito ha ancora bisogno di tempo per elaborare i suoi lutti: non aver vinto le elezioni, non avere eletto il Presidente della Repubblica che si voleva, oltre al fatto di essere stati costretti a fare un Governo gomito a gomito con l’odiato Berlusconi. Mentre Enrico Letta sta cercando un asse con il nuovo segretario Epifani, dietro le quinte continua a scaldarsi i muscoli quel giovane Matteo Renzi che rappresenta per molti la vera occasione di rinascita dei democratici. Renzi non manca di acume. Dopo aver incassato la sconfitta delle primarie, il sindaco di Firenze ha sapientemente evitato la trappola delle candidature precoci. Inoltre, mentre ha saputo attirare a proprio favore i consensi trasversali, è stato parallelamente attento a non rompere i rapporti con la sinistra del partito più lontana dalle sue posizioni. Se la stoffa di futuro leader si misura da queste caratteristiche, la possibilità che ne esca un buon vestito si fa sempre più concreta.

 

di Gerardo Morina

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