ROMA, BERLINO E LA BCE

 

ARTICOLO TRATTO DAL “CORRIERE DEL TICINO” DEL 02/05/2013

 

di Lino Terlizzi

 

Si capisce perché il nuovo premier italiano Enrico Letta si sia subito recato a Berlino, Parigi, Bruxelles. Qualsiasi Governo italiano non può evitare di cercare l’appoggio, o quanto meno la non ostilità, dei partner europei principali e dell’Unione europea. Questione non solo politica, ma anche e soprattutto di economia: come Paese in chiara difficoltà ma pur sempre di primo piano all’interno dell’area euro, l’Italia ha bisogno di intendersi almeno su alcuni punti base con i Paesi leader dell’Eurozona e con Bruxelles. Ciò che risulta meno comprensibile al momento, al di là delle dichiarazioni diplomatiche, è come si svilupperà concretamente la linea del Governo Letta in campo economico e quale tipo di accordo di fondo potrà o meno esser preso con i partner europei, soprattutto con la Germania, che pur tra compromessi non pare comunque propensa a rinunciare alla linea del rigore su debiti e conti pubblici.

 

Enrico Letta rappresenta una figura unificante di cui l’Italia instabile e divisa aveva per certi aspetti bisogno. Una figura che ha consentito un Governo di larghe intese, sotto l’ala del presidente della Repubblica Napolitano. Considerato il carattere del Governo, Letta ha reso noto un programma economico molto ampio, con concessioni sia a sinistra sia a destra. A livello politico ciò era forse inevitabile, ma a livello economico resta l’interrogativo su come si potrà conciliare il tutto e, soprattutto, con quali risorse. Il nuovo presidente del Consiglio ha parlato tra l’altro di sostegno ai bassi salari, di ammortizzatori sociali per i precari, di rifinanziamento della cassa integrazione in deroga, di riduzione della pressione fiscale per le famiglie; ma ha parlato anche di minore pressione fiscale per le imprese, di incentivi per le assunzioni di giovani e, soprattutto, di congelamento da giugno dell’IMU (non di soppressione definitiva, per ora), di annulla mento del previsto rincaro dell’IVA dal 21% al 22% Un programma variegato, il cui valore è probabilmente dell’ordine di decine di miliardi di euro. Un costo o un investimento, a seconda dei punti di vista, che certamente non potrà essere coperto solo con i pur condivisibili tagli agli stipendi dei ministri-parlamentari e con l’eliminazione dei rimborsi elettorali.

 

L’impegno dichiarato dal primo ministro italiano è quello di camminare lungo questa strada per ritrovare la crescita economica e per diminuire l’alta disoccupazione, senza però aumentare il già elevatissimo debito pubblico. Come concretamente ciò potrà essere fatto, ancora non è chiaro. La via maestra sarebbe quella di tagliare ampiamente la spesa pubblica improduttiva, per consentire di reperire risorse per la crescita e di ridurre gradualmente il debito pubblico. Ma vorrà e/o potrà un Governo di così larghe intese procedere lungo questa via? Intanto il Governo Letta incassa la simpatia della Francia di Hollande, che ritrova un alleato nella linea della crescita «senza troppo rigore». Più complesso appare il rapporto tra il nuovo Esecutivo italiano e il Governo tedesco guidato da Angela Merkel. Da un lato quest’ultima apprezza certamente il superamento dello stallo politico in Italia ed il fatto che Letta in quanto ex DC sia un esponente di centrosinistra non troppo lontano dalle posizioni della CDU tedesca. Dall’altro, però, Berlino non può ignorare che anche il nuovo Governo italiano si pone per ora più sul lato della Francia e dei Paesi del Sud dell’Eurozona che non su quello del rigore del Nord Europa. La precisazione della Merkel, dopo l’incontro con Letta, sul fatto che rigore e crescita si conciliano è emblematica: da una parte Berlino vuole sicuramente avere buoni rapporti con il nuovo Governo italiano, dall’altro però la Germania mette un paletto robusto, ricorda che il rigore non è contro la auspicata crescita, al contrario.

 

E che il risanamento dei conti pubblici resta una necessità. Nel frattempo, sullo sfondo, i Governi dei Paesi più in difficoltà dell’Eurozona esercitano la loro pressione, diretta o indiretta, sulla Banca centrale europea guidata da Mario Draghi. Pressione, ora, a favore di un taglio dei tassi di interesse sull’euro. Ciò dovrebbe servire ad aiutare la ripresa nell’area. Vedremo se la BCE attuerà o meno il taglio. In ogni caso, essendo il tasso di riferimento già vicino allo zero, il passo potrebbe essere positivo, sì, ma non decisivo in prospettiva. E, in ogni caso, occorre dire che la periodica pressione sulla BCE, si tratti di acquisti di titoli pubblici o di tagli ai tassi, non è una buona abitudine. La BCE ha già fatto molti passi. Sono i Governi dei Paesi super indebitati a doverne ora fare altri. L’incapacità di ridurre un debito che frena la crescita e di fare le riforme necessarie per il rilancio dell’economia, ebbene non può essere nascosta invocando la BCE. Alla lunga, il meccanismo rischia di non funzionare.

 

di Lino Terlizzi

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