UN SISTEMA POLITICO INCEPPATO

 

ARTICOLO TRATTO DAL “CORRIERE DEL TICINO” DEL 22/04/2013

 

di Gerardo Morina

 

Le macerie provocate dall’implosione del Partito democratico hanno dato il colpo di grazia all’intero sistema politico italiano, che ora giace in Parlamento incapace di rialzarsi da solo dal suo fatale inceppamento. Indispensabile quindi il richiamo in servizio di Giorgio Napolitano che, dopo essere stato sabato scorso plebiscitato dal voto dei parlamentari, con un atto che non ha precedenti nella storia italiana sarà proclamato oggi presidente della Repubblica per la seconda volta. Napolitano dovrà farsi largo in una Camera sempre più somigliante a una Somalia dominata da capitribù, da un centrodestra armato per la riscossa, da un Movimento 5 Stelle dove Grillo ha praticamente reso sterile la sua forza parlamentare chiudendosi in un isolamento che sa più di puro estremismo («È un colpo di Stato») che di protesta costruttiva e, infine, da un PD esausto, umiliato e acefalo dopo le dimissioni di Pier Luigi Bersani.

 

In non più di quarantott’ore il centrosinistra italiano ha vissuto un vero e proprio psicodramma nel corso del quale sono stati consumati due atti precisi: il cannibalismo con cui ha divorato i suoi fondatori (a cominciare da Romano Prodi) al parricidio plurimo con cui Matteo Renzi si è liberato dei «padri» D’Alema, Veltroni e Bersani, convincendo i «Giovani turchi» di quello che rimane del PD a unirsi a lui nella prospettiva di creare un nuovo movimento sotto il nome di «Rifondazione democratica». Intanto, anche Stefano Rodotà, che i grillini averebbero voluto come presidente della Repubblica ma che rimane il grande escluso dei democratici, sta lavorando per rifondare un centrosinistra di segno diverso. Con la rielezione di Napolitano si apre così la Terza Repubblica. La sua presenza dovrà non solo assicurare un nuovo Governo, ma potrebbe anche cambiare la storia, se venisse introdotta la clausola che prevede l’elezione diretta (e non del Parlamento) a partire dal prossimo presidente dalla Repubblica.

 

Nella sua nuova funzione, Giorgio Napolitano ricorda il Cincinnato della storia romana, anch’egli a suo tempo riacclamato al potere. Ed è incredibile a questo proposito la corrispondenza, ovviamente del tutto casuale, tra le parole dello storico Tito Livio, che definì Cincinnato “Spes unica imperii populi romani” («L’unica speranza rimasta per l’autorità del popolo romano») e il recente commento del New York Times che oggi guarda a Napolitano come «l’ultima e migliore speranza di rompere la grave impasse della terza economia dell’Eurozona». Ma Napolitano dovrà essere per necessità ben più dì una speranza. Potrà esserlo se non altro per il fatto che , essendo stato eletto per la seconda volta, dispone ora del potere di scioglimento delle Camere che il semestre bianco (l’ultimo del presidente in carica; gh aveva sottratto. Tale potere si imporrà su tutti i neoletti di Camera e Senato e costituirà un ottimo semento per imporre ai partiti un accordo.

 

Questa volta, più ancora che presidente, Napolitano sarà pertanto un commissario, con un mandato dalle caratteristiche non più solo esortative, ma realisticamente propulsive. Ne risulterà, più che un Governo di scopo, un esecutivo «del presidente», da formare sulla base dei criteri contenuti nei rapporti scritti dai dieci saggi da lui recentemente incaricati. Dovrà essere, per forza di cose, un Governo di larghe intese, capace di contare su una maggioranza in grado di approvare le decisioni necessarie per far fronte alla crisi economica e ai pesanti problemi del Paese. I nomi più accreditati per la guida del nuovo Esecutivo sono quelli di Giuliano Amato e di Enrico Letta. Non a caso, in quanto il primo, oltre ad essere già stato presidente del Consiglio, è un nome gradito al PdL (ma non alla Lega) e gode da parte dello stesso Napolitano di un’ampia fiducia. Enrico Letta, sempre di segno PD, rappresenterebbe ugualmente una soluzione non osteggiata dal centrodestra, ma con in più il pregio di non provocare all’interno dei democratici un effetto così divisivo come nel caso della candidatura di Amato.

 

Solo domani, giornata delle consultazioni, si saprà se vi saranno gli elementi per far nascere un «Governo di convergenza», una formula che la vecchia guardia del PD ha finora sempre osteggiato in quanto preludio di intese con l’odiato centrodestra. Sarà questa una pregiudiziale dura a cadere. Si attendono inoltre segnali dal centrodestra che, oltre a premere affinché a palazzo Chigi siedano «le migliori espressioni dei partiti, per un Esecutivo politico forte», non ha ancora per nulla accantonato la prospettiva di una volontà di ritorno alle urne. La differenza è che a dettare legge sarà questa volta “re Giorgio”.

 

Gerardo Morina

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