UN SORRISO CHE SPIAZZA IL MONDO

 

ARTICOLO TRATTO DAL “CORRIERE DEL TICINO” DEL 14/03/2013
Riprovaci Jorge Mario. Dopo essersi tirato indietro otto anni fa, quando era il maggiore sfidante di Joseph Ratzinger al Conclave – pare fosse intimorito dalla fama del decano dei cardinali (vedi CdT di ieri a pagina 3 ) – ieri sera il cardinal Bergoglio si è affacciato alla Loggia con gli occhi lucidi, inizialmente persi nel vuoto, e poi li ha rivolti con calma verso una folla che si aspettava un’altra faccia, un altro nome, e in pochi secondi è stata magia.

 

Dopo aver reso onore al predecessore, (che ha citato come vescovo, e non come Papa emerito, e su questo c’è da scommettere che si scateneranno commenti e interpretazioni contrapposte) si è rivolto ai fedeli con parole inaudite nella loro semplicità: «Vi chiedo un favore, adesso pregate per me». Poi si è inchinato davanti al popolo e, in un silenzio vibrante di sorpresa e commozione, si è lasciato benedire dalla folla, quasi avesse bisogno di un’investitura dal basso dopo quella ricevuta dai confratelli che sono andati a prenderlo «quasi alla fine del mondo». Con quel gesto è entrato nella storia. Perché il nuovo Papa non ha ancora detto nulla di sé, di quello che farà o non farà per raddrizzare la barca di Pietro. Ma in pochi minuti ha lasciato due cose significative: un nome di battaglia che incanta, Francesco, come il santo di Assisi, tutto pace e natura.

 

E una lezione di stile. A parte il fatto che si è presentato senza mozzetta rossa, solo in veste bianca, non c’era nulla di freddo, distante, pomposo nel suo modo di porsi ai fedeli. C’era al contrario un sorriso autentico, paterno. Diciamola tutta: da nonno, vista l’età. E anche questa faccenda anagrafica, da oggi, farà versare fiumi di inchiostro. Ma come? Benedetto XVI non si era ritirato invocando un nuovo Papa più giovane, prestante, pieno zeppo di energie vitali? Lasciamo la domanda nell’aria frizzante di Roma, avremo senz’altro modo di riparlarne. È troppo presto, infatti, per tirare conclusioni su una scelta che per il momento ha soprattutto la caratteristica di aver spiazzato tutti. Per lunghi giorni, infatti, non si era fatto altro che parlare di guerre sotterranee tra curiali e anticuriali (che poi, in realtà, non esistono: ci sono cardinali curiali e cardinali un po’ meno curiali), e dei loro presunti candidati forti: l’arcivescovo di San Paolo Odilo Scherer, amante di Beethoven e Chico Buarque, e quello di Milano, Angelo Scola, figlio naturale di un camionista e figlio spirituale di don Giussani.

 

Anche i nomi degli outsider, dagli americani Dolan, che molti davano come il vero candidato ombra, un sorridente gendarme anti-pedofilia, e il francescano barbuto O’Malley, al filippino Tagle, astro nascente della Chiesa asiatica percepito come una spina nel fianco del gigante cinese, si sono poi rivelati parole al fumo. Ci si aspettava un «Papa sceriffo», sem bra che sia spuntato un «Papa buono». Non pochi osservatori hanno accostato Bergoglio, per fattezze e modi, a Roncalli. Ma pure su questo diamo tempo al tempo. Anche se il paragone ci sta, nessun Papa si è mai rivelato la semplice fotocopia di uno dei suoi predecessori. Sulla «bontà» del nuovo Papa peseranno poi le voci sui suoi presunti rapporti col regime dei generali argentini, tutte da dimostrare. Quel che è certo è che a dispetto del bla bla globale dei media, se una cosa è davvero funzionata in questo Conclave, è stata la segretezza delle operazioni di voto.

 

Su una previsione, però, avevano tutti ragione: ora le cose possono cambiare. In che modo ancora non lo sappiamo, e viste le troppe previsioni mancate, evitiamo di accodarci al corteo dei molti maghi Otelma che da oggi delineeranno con assoluta certezza le prossime mosse del capo della Chiesa. Una cosa, tuttavia, già si può dire. Anche se il volto era già noto, anche se il nome circolava da anni, tanto da aver avuto il tempo di brillare e scomparire come una cometa di passaggio, Papa Francesco porta nelle sale vaticane l’aria esotica del Sud del mondo. Veniamo da secoli di pontificati italiani ed europei. Quello di Ratzinger, poi, era considerato un papato eurocentrico, concentrato molto più sulle magagne della secolarizzazione del Nord del mondo che sulla povertà del suo emisfero meridionale. Nella testa di Bergoglio, volenti o nolenti, c’è o dovrebbe esserci un altro pianeta, altre facce, altre pance, per lo più vuote. Diverso è ragionare di fede in un contesto ricco -anche se economicamente in crisi – con la gente che diserta le chiese e crede più nel personal trainer che in Dio Padre Onnipotente, o in un continente credente dove gli squilibri sociali sono drammaticamente brucianti.

 

Lo voglia o no, Bergoglio vedrà confluire sulla sua persona le speranze della parte più povera del mondo. C’è infine da rilevare un fatto, diciamo così, di giustizia distributiva. Molti lo pensavano a bassa voce e ora possono gridarlo a pieni polmoni: era ora che la guida della Chiesa passasse ad un rappresentante del continente più cattolico di tutti, l’America Latina. Mentre in Europa il numero dei credenti continua a scendere, la maggior parte dei fedeli vive tra Sud e Centro America. Il cattolicesimo non parla più italiano, tedesco o francese, ma spagnolo e portoghese, quello delle antiche colonie. Il Brasile, per dire, è il Paese col maggior numero di cattolici al mondo, 175 milioni, seguito dal Messico, 96 e dalle Filippine a pari merito con gli Stati Uniti, 75 milioni. Lo Spirito Santo è più leggero di una piuma, ma questa volta, anche per lui la legge dei numeri ha avuto il suo peso.

 

Carlo Silini

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