Le monete e la deglobalizzazione – il commento

 

ARTICOLO TRATTO DAL “CORRIERE DEL TICINO” DEL 08/02/2013
Il rafforzamento dell’euro è «un segnale di fiducia»: in questo modo il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ha risposto alla richiesta di Frangois Hollande di un intervento volto a indebolire il valore della moneta unica. Infatti per la Francia e per gli altri Paesi europei in difficoltà l’attuale tasso di cambio dell’euro è un’ulteriore fonte di preoccupazione. Il motivo è ovvio: le politiche di austerità non permettono di sperare in un aumento della domanda interna (ossia consumi e investimenti), quindi, sì ripone grande speranza in un aumento delle esportazioni per ridare fiato a economie che si avvitano (in molti casi) in una grave recessione.

 

Questo obiettivo diventa impossibile da raggiungere con un euro che negli ultimi mesi si è apprezzato di circa il 25% nei confronti dello yen giapponese e quest’anno già del 4% nei confronti del dollaro statunitense. Alla luce delle continue incertezze economiche e politiche di Eurolandia è facilmente prevedibile che la BCE non resterà con le mani in mano, nonostante l’opposizione della Germania, e in qualche modo cercherà di influire sul tasso di cambio dell’euro. Queste forti oscillazioni che si verificano sui mercati dei cambi sono frutto delle politiche monetarie ultraespansive condotte dalle principali banche centrali del mondo. Negli ultimi mesi, evidentemente insoddisfatti dei risultati finora conseguiti, Giappone e Stati Uniti hanno spinto ulteriormente il pedale dell’acceleratore, lì nuovo Governo nipponico ha imposto alla propria banca centrale di perseguire l’obiettivo di un’inflazione al 2% in un Paese che negli ultimi anni ha visto calare il livello dei prezzi e dove quindi si sono radicate forti aspettative deflazionistiche.

 

Il preannuncio di questa decisione ha immediatamente provocato un forte deprezzamento dello yen. Dall’altra parte del Pacifico, la Federai Reserve ha deciso di aumentare a 85 miliardi il mese la quantità di nuovi dollari immessi nel circuito finanziario e di far dipendere il cambiamento della sua politica monetaria dalla diminuzione al 6,5% della disoccupazione negli Stati Uniti. Washington scommette chiaramente su un dollaro debole e sulla riduzione del costo dell’energia provocato dalle nuove tecnologie di estrazione del gas per consolidare una ripresa ritenuta ancora debole e soprattutto precaria. Al di qua dell’Atlantico la Banca centrale europea è rimasta ferma dopo aver rassicurato che avrebbe fatto tutto il possibile per difendere la sopravvivenza dell’euro. Anzi, negli scorsi giorni alcune banche del Vecchio Continente hanno restituito alla BCE 140 miliardi di euro della prima franche di prestiti dei complessivi mille miliardi di euro elargiti da Francoforte all’inizio dell’anno scorso.

 

Quindi, la politica monetaria europea è diventata oggi più «restrittiva» di quella americana, giapponese e anche inglese con la conseguenza di spingere al rialzo l’euro. Queste forti oscillazioni sui mercati dei cambi provocano solo danni e causano tensioni che possono accelerare quel processo di deglobalizzazione dell’economia mondiale che è già iniziato. Infatti la soluzione dell’attuale crisi non può consistere nel guadagnare attraverso una svalutazione un po’ di competitività a scapito degli altri Paesi. Non consiste nemmeno nelle politiche di austerità ed è sempre più chiaro che non bastano nemmeno queste continue iniezioni di liquidità delle banche centrali. Quindi, si comincia a parlare dell’ipotesi di cancellare il debito detenuto dalle banche centrali.

 

Questa operazione farebbe cadere il debito pubblico, ridurrebbe il timore di un aumento dei titoli emessi dai Governi per finanziarsi ed eliminerebbe la paura che le banche centrali ributtino sul mercato le obbligazioni acquistate. Questa scelta rappresenterebbe un ulteriore passo verso la destabilizzazione del sistema monetario, ma il fatto che non sia più un argomento tabù e che venga addirittura discussa apertamente conferma quanto lontani siamo dalla fine di questa crisi.

 

Alfonso Tuor – Articolo Corriere del Ticino

Un Commento a “Le monete e la deglobalizzazione – il commento”

  • Schwefelwolf:

    Vorrei rischiare – da NON-esperto di questioni finanziarie (né, tantomeno, monetarie) – una breve osservazione, partendo da un paio di premesse e di note a monte.

    Le monete di cui si sta parlando – dollaro, sterlina, yen, euro, franco – sono ormai solo monete virtuali: ai tempi di Nixon – inizio Anni ’70 – hanno abbandonato il sottostante aureo e nel frattempo hanno perso anche ogni altro “ancoraggio” reale, nel senso di una qualsivoglia forma di vincolo a valori concreti (PIL e altri valori reali). Si sta quindi parlando di “unità di calcolo” virtuali, che si traducono tuttavia – nella vita di tutti i giorni – nella possibilità di comperare un panino al bar, un biglietto aereo, una villa al mare, una fabbrica o una miniera, pagando con pezzi di carta (“banconote”) di cui si riconosce – esclusivamente sulla fiducia – un valore stabilito da Enti privati chiamati “banche centrali”. In realtà, tuttavia, la “massa monetaria” reale – svincolata, appunto, da ogni “sottostante” concreto – è andata sempre piú lievitando per azione della “creazione di moneta (virtuale!)” ad opera di altri istituti (banche, fondi etc.) che hanno portato il mondo, rilanciando per decenni di “bolla” in “bolla” e di speculazione in speculazione, sull’orlo dell’implosione del sistema (che “cuba” nel frattempo per un totale di circa 700 trilioni di dollari – cioè 700 mila [in lettere: settecentomila] miliardi di dollari!!!, quindi circa 10 volte il PIL mondiale o, in termini nostrani: quasi 350 volte l’intero PIL italiano). Il quasi-crash totale (iniziato con la crisi dei subprime nel 2007-2008) non è stato in realtà né superato né risolto: è tutt’ora in atto. E’ stato solo coperto con un possente strato di miliardi stampati ex novo: un po’ come il “nocciolo” di Cernobil, che continua imperterrito a “lavorare” sotto una coltre di milioni di tonnellate di cemento.

    In condizioni “normali” la crisi innescata dal crash della Lehmann (settembre 2008) avrebbe dovuto – correttamente – far saltare il sistema: ci sarebbe stato un pauroso collasso della finanza mondiale, un disastro finanziario globale della durata di alcuni anni (?), con un reset e quindi una ripartenza (probabilmente con un ritorno a monete “ancorate” a valori concreti: oro, argento, beni di produzione o quant’altro) e con la reintroduzione di una rigorosa separazione fra banche commerciali e banche (speculative) d’investimento – come quella suo tempo (1933) imposta da Roosevelt con il Glass-Steagall-Act. . Si è scelta invece (Obama – evidentemente – non voleva fare la fine di Kennedy!) l’idea di salvare il mondo finanziario (privato!) ribaltandone i “buchi” sulle spalle degli Stati, e quindi dei cittadini.

    Le grandi banche d’investimento sono state salvate – e con i nuovi (nostri) soldi hanno ripreso a giocare ai tavoli del “casinò finanziario mondiale”: puntando contro quegli stessi Stati che si erano/sono indebitati per salvarle.

    Da allora gli Stati che ne hanno avuto la possibilità (cioè quelli che hanno una banca centrale “creditore di ultima istanza”, soprattutto USA e UK) hanno continuato a “stampare” moneta nel tentativo di rilanciare un’economia che – di suo – non ha piú ossigeno. Anche l’attuale “crescita” registrata negli Stati Uniti è – come mi sembra di capire – solo il frutto di un’immensa e costante iniezione di liquidità “virtuale” (attualmente 85 miliardi US$/mese). La stessa BCE – che in realtà dovrebbe SOLO occuparsi (a termini di statuto) del contenimento dell’inflazione – ha ripetutamente attivato le sue “tipografie digitali”, “stampando” piú di un triolione di euro a beneficio delle banche.

    A me sembra che questa situazione sia analoga a quella di un giocatore che continua a rilanciare per non perdere il “piatto”, nella speranza che avvenga un “miracolo” e che la situazione prodigiosamente si sistemi da sola. Della serie: morto per morto, tanto vale tirarla il piú in là possibile…

    Temo, tuttavia, che tutti questi rilanci non facciano che aumentare la criticità del sistema complessivo. Inevitabilmente, e tragicamente, questa follia monetaria fa quindi tornare alla mente la celebre frase di madame de Pompadeur: “Dopo di noi, il diluvio…”

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