Le monete in un mondo di sogni

 

ARTICOLO TRATTO DAL “CORRIERE DEL TICINO” DEL 26/01/2013

Stiamo vivendo in un mondo di sogni. Nella storia non si è mai finora verificato che più di una trentina di Paesi stessero contemporaneamente stampando moneta e spingendo i tassi di interesse verso lo zero; ciò vuol dire che in alcuni casi i tassi reali (ossia depurati dall’inflazione) sono addirittura negativi. L’esperienza insegna che questo genere di politiche monetarie non ha portato a buoni risultati.

 

Anzi spesso ha addirittura rimesso in discussione la stessa credibilità delle monete. Finora non si sono manifestati gravi problemi. La continua stampa di moneta e i bassi tassi di interesse hanno al contrario permesso di diffondere la convinzione che i problemi del sistema bancario e più in generale di quello finanziario sono stati superati e hanno anche riportato l’ottimismo sui mercati. Questa «repressione finanziaria» attuata dalle banche centrali è infatti un’uscita a ridurre l’avversione al rischio, facendo confluire capitali anche verso gli investimenti a maggiore rischio e spingendo al rialzo i listini azionari, che in molti casi non sono distanti dai massimi toccati nel 2007, ossia prima della grande crisi finanziaria. Anche se è vero che l’andamento delle borse non è spesso correlato con l’andamento dell’economia, è pure indiscutibile che prima o poi i dati (e i problemi) dell’economia reale tendono a riportare alla realtà i mercati azionari. Tutto sembra essere ripreso a funzionare come prima.

 

Gli strumenti della nuova ingegneria finanziaria stanno vivendo un nuovo periodo di splendore; sono riprese anche le cartolarizzazioni (ossia l’impacchettamento di crediti di varia natura in titoli che poi vengono venduti sul mercato); sono stati spinti al ribasso anche i rendimenti delle obbligazioni a maggiore rischio e così via. Ma oltre a questo velo di ottimismo che sprigiona dai mercati finanziari cosa stanno producendo queste politiche monetarie ultraespansive? In primo luogo, queste scelte non sono neutrali: favoriscono i soggetti economici indebitati e la speculazione finanziaria, che approfitta dei tassi bassi, a scapito dei piccoli risparmiatori e delle casse pensioni. Quindi provocano un significativo trasferimento di ricchezza dai piccoli risparmiatori ai soggetti indebitati e al settore finanziario. In secondo luogo, favoriscono la formazione di nuove bolle speculative. In terzo luogo, almeno finora non stanno creando le premesse per una crescita sana e duratura. La conferma viene dalle stesse banche centrali.

 

Se la Federal Reserve statunitense fosse soddisfatta dei risultati conseguiti, non avrebbe deciso di aumentare a 85 miliardi di dollari il mese la stampa di nuova moneta e di far dipendere la fine di questa politica dalla riduzione al 6,5% del tasso di disoccupazione negli Stati Uniti. In quarto luogo, rischiano di innescare un processo perverso di svalutazioni competitive. È la strada che sembra aver imboccato il Giappone che si propone attraverso una politica monetaria ancora più accomodante di favorire il deprezzamento dello yen. Questo fenomeno è già cominciato: infatti la valuta giapponese ha perso circa il 10% nei confronti del dollaro. Questa mossa dì Tokyo è stata già criticata dai Paesi maggiormente penalizzati dalla svalutazione dello yen, come Corea del Sud, Cina e Paesi europei. In Eurolandia que ste politiche monetarie e soprattutto la promessa di Mario Draghi che la BCE è disposta a tutto per salvare l’euro hanno riportato la calma sui mercati, ma non hanno affatto rallentato la spirale recessiva in cui sono caduti molti Paesi mediterranei. Queste politiche monetarie rischiano dunque di portarci a guerre valutarie, che accelererebbero il processo di deglobalizzazione già innescato dalla crisi finanziaria del 2008.

 

Non riescono invece a rilanciare una crescita solida e duratura, poiché il sistema bancario non funziona come meccanismo di trasmissione degli impulsi di politica monetaria e poiché contribuiscono ad aumentare quelle disparità di reddito che sono la causa prima della crisi. Dunque, come è stato scritto, produrranno unicamente il risultato di rallentare i tempi della crisi.

 

Corriere del Ticino

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