Anno cruciale per il cambio Euro Franco

UN ARTICOLO TRATTO DAL “CORRIERE DEL TICINO” DEL 15/01/2013
Nonostante i molti problemi dell’Eurozona, la moneta unica europea ha raggiunto un altro capodanno, smentendo sin qui i pronostici che la volevano a fine corsa. Il fatto può piacere o meno, ma il dato è oggettivo. Per l’euro molte questioni restano aperte, questo va detto, ma occorre prender atto che le molte tempeste che ha attraversato sinora non l’hanno distrutto e che anzi lo stesso euro continua a manifestarsi sorprendentemente come una moneta non debole, nel complesso.

 

L’euro è debole nei confronti del franco svizzero, è vero, ma non lo è nel mondo, cioè in rapporto al dollaro e a molte altre valute. È dunque importante cercare di capire le ragioni di questa resistenza dell’euro, per tentare di comprendere anche le possibili prospettive della moneta unica europea in questo 2013 appena iniziato, con il tassello non secondario delle possibili evoluzioni del cambio con il franco svizzero, elemento quest’ultimo centrale per le esportazioni e per l’economia elvetiche. A sostenere l’euro oltre le aspettative sono sia ragioni di fondo sia ragioni legate alla fase attuale. Tra le prime bisogna ricordarne almeno due principali.

 

La prima è che i mercati a livello mondiale sono fortemente orientati a non tornare a un quadro valutario di monopolio o semimonopolio del dollaro americano. Un grande numero di investitori ritiene molto più opportuno avere una serie di monete di riferimento e tra queste l’euro. Lungo questa linea si muovono d’altro canto anche molte banche centrali che intendono avere riserve ben diversificate e i Governi di molti Paesi emergenti che spingono in direzione di una «de-dollarizzazione», cioè di un maggior utilizzo negli scambi commerciali di altre valute alternative al biglietto verde. La seconda ragione di fondo è collegata alla Germania.

 

Il Paese che si è ormai riconfermato ampiamente come locomotiva europea ha giocato e ancora intende giocare molte carte per conservare l’euro. La Germania, per la quale sono molto importanti le esportazioni, non vuole che in Europa rinasca una serie di monete deboli – come furono a suo tempo la lira italiana, la peseta spagnola, la dracma greca e così via – che con le loro periodiche svalutazioni competitive frammentino nuovamente il mercato del Vecchio continente e riprendano a porre ostacoli all’export tedesco. Anche tra le ragioni legate alla fase attuale bisogna ricordarne almeno due principali. La prima è che la linea del rigore, sostenuta nell’ambito della crisi dei debiti dalla stessa Germania e da altri Paesi del Nord dell’Eurozona, ha aperto alcuni spiragli. La partita per il mantenimento dell’euro nella sua conformazione attuale non è certo conclusa, ma la linea basata sui salvataggi dei Paesi difficoltà in cambio dell’inizio di piani di risanamento sta dando alcuni primi frutti, cosa di cui mercati si sono accorti.

 

Siamo lontani dal poter tornare a livelli di crescita economica più soddisfacenti, ma se veramente i debiti pubblici fuori controllo saranno gradualmente ridotti, allora si potrà ritrovare più avanti una crescita più robusta. L’altra ragione è che gli USA stanno ancora giocando la carta di una sotterranea guerra valutaria, puntano insomma ancora sul dollaro svalutato, per aiutare il loro export e limare in termini reali i loro debiti pubblici e privati. Si tratta di una strategia che non piace né all’Europa né ai grandi Paesi emergenti, che non vogliono avere monete troppo forti che frenino i loro export, ma che ha tra i suoi effetti oggettivi la conferma dell’euro come moneta non debole. Nel corso del 2012 l’euro in rapporto alla valuta USA non ha perso terreno ed ora danza attorno a quella soglia di 1,30 dollari che molti indicavano nei mesi scorsi come insostenibile. La Germania preferirebbe per il suo export un euro un po’ più debole, ma per Berlino intanto è prioritario che l’euro ci sia. La resistenza della moneta unica europea è d’altronde una buona notizia anche per la Svizzera.

 

La Banca nazionale svizzera è riuscita in sostanza a tenere sull’euro la soglia minima di 1,20 franchi, pagando il prezzo di grandi acquisti di moneta unica europea. Il meccanismo sin qui ha funzionato, ma non potrà durare per sempre. Per uscirne senza troppi danni, occorre che l’euro rimanga e che gli spiragli nell’Eurozona gradualmente si amplino, in modo che il franco cessi di essere una moneta rifugio, così forte da ostacolare lo sviluppo delle esportazioni elvetiche. Da questo punto di vista, l’anno appena iniziato sarà cruciale, perché se si bloccasse questo inizio di risanamento dei conti pubblici nell’Eurozona, allora il franco rimarrebbe molto, troppo forte sull’euro. Se invece la linea tedesca del rigore riuscisse a conquistare qualche altro punto, la strada per un riequilibrio resterebbe aperta. La verifica nei prossimi mesi.

 

di Lino Terlizzi – Corriere del Ticino

 

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