Per l’euro una calma apparente

 

La crisi dell’euro sembra migliorare. I tassi di interesse, che devono pagare Italia e Spagna per finanziare il loro debito pubblico sui mercati, sono diminuiti, anche se rimangono a livelli molto alti. Le Borse si sono riprese e anche le difficoltà del settore bancario europeo sembrano alleviate grazie alle enormi iniezioni di liquidità da parte della Banca centrale europea. Insomma, a prima vista sembra che la crisi sia in via di risoluzione e che si sia guadagnato il tempo necessario a realizzare quelle riforme strutturali dell’Unione europea, che vanno dall’Unione bancaria ad una disciplina di bilancio a livello comunitario. Questa visione cozza però con una realtà economica ben diversa. L’economia europea si sta contraendo ad una velocità sempre maggiore. Anche la locomotiva tedesca, come ha ammesso anche la stessa Bundesbank, comincia a segnare il passo ed è destinata a registrare un PIL in diminuzione. Nei Paesi in difficoltà, che stanno applicando severe politiche di rigore, la recessione è sempre più grave, la disoccupazione sta raggiungendo livelli di guardia e le tensioni sociali sono in forte aumento.
 
Queste due facce della realtà sono il frutto delle politiche adottate per risolvere la crisi dei debiti sovrani e soprattutto sono la conseguenza della costruzione dell’Unione monetaria che impedisce alla Banca centrale europea di fungere da prestatore di ultima istanza per il debito dei diversi Stati e che non prevede l’assunzione della garanzia del credito da parte di tutti i Paesi europei. Quindi, il miglioramento attuale è solo apparente ed è fondato su ipotesi che difficilmente supereranno la prova dei fatti. È sempre più evidente che alcuni Paesi europei dalla Grecia al Portogallo fino alla Spagna non stanno vivendo solo una crisi di liquidità e di accesso al mercato dei capitali, ma di impossibilità di rispettare le tabelle di marcia per risanare i loro conti pubblici.
 
Infatti, come è sempre più chiaro e come è anche stato confermato dagli ultimi studi del Fondo monetario intemazionale, le politiche di austerità stanno provocando una contrazione economica superiore alle previsioni dello stesso FMI e della stessa Unione europea. Il motivo è semplice, l’effetto recessivo di queste politiche non è compensato da una riduzione del costo del denaro, che anzi nei Paesi in difficoltà è addirittura aumentato, da una maggiore facilità ad accedere al credito da parte di famiglie ed imprese e dalla svalutazione che potrebbe far ripartire queste economie grazie alla domanda estera. Questi Paesi stanno dunque entrando in una pericolosa spirale in cui le politiche di riduzione dei debiti contraggono l’economia, impoveriscono il Paese, fanno lievitare la disoccupazione senza riuscire a produrre grandi miglioramenti dei conti pubblici. Questa è già la situazione della Grecia, del Portogallo e anche della Spagna. Il nuovo piano di risanamento dei conti del Paese ellenico è assolutamente irrealistico . Altrettanto sta succedendo al Portogallo, che continuamente vara nuove politiche di rigore . Ed è quanto succederà alla Spagna chiamata ad operare un aggiustamento fiscale dell’ordine del 10%. Per questi Paesi, come ha giustamente sottolineato Wolfgang Münchau del «Financial Times», non si tratta più di un problema di liquidità, ma di insolvenza. L’opposizione tedesca a qualsiasi garanzia di questi debiti da parte dell’insieme dei Paesi europei, che non è destinata a cambiare dopo le elezioni che si terranno in Germania nell’autunno dell’anno prossimo, non fa intravedere una via di uscita. Anzi, è molto probabile che le crescenti tensioni sociali che cominciano a scuotere l’Europa rendano addirittura difficile, se non impossibile, continuare a seguire queste politiche. Insomma, attraverso le operazioni monetarie della Banca centrale europea si è resa meno acuta la crisi dell’euro. I problemi comunque rimangono irrisolti e il peggioramento dello stato di salute dell’economia reale e le crescenti tensioni sociali inducono a ritenere che sarà sempre più difficile applicare queste politiche di rigore. In questo contesto non sorprende che la Finlandia stia discutendo di introdurre una moneta nazionale parallela all’euro per preparare la propria uscita dall’Unione monetaria. Nonostante la superficiale calma di questi giorni, la crisi non è affatto finita e la sopravvivenza dell’euro non è un fatto certo.
 
© 02/11/2012 Corriere del Ticino


Alfonso Tuor

2 Commenti a “Per l’euro una calma apparente”

  • Schwefelwolf:

    Assente per un lutto in famiglia, vedo solo ora l’articolo, che ritengo molto chiaro ed equilibrato.

    Ciò nonostante riterrei opportuno aggiungervi un paio di considerazioni, che non mi sembrano marginali.

    In primis va precisato che la costruzione dell’Unione (monetaria) Europea non solo “non prevede l’assunzione della garanzia del credito da parte di tutti i Paesi europei”, ma la escludeva espressamente (con la famosa “calusola di no bail-out” – Art. 104b del trattato di Maastricht – successivamente ripresa nell’art. 125 del Trattato di Lisbona). Questa clausola – elemento portante dell’adesione tedesca all’Euro (richiesta – o imposta? – dai francesi in cambio del benestare di Parigi alla “riunificazione” tedesca) – è stata, di fatto, solo recentemente annullata, by-passata, con la creazione del Meccanismo di Stabilità Europeo (ESM).

    Ed è lo stesso spirito che aveva a suo tempo ispirato la “clausola di no bail-out”, quello che induce ora la Germania a frenare il piú possibile sull’Unione Bancaria, temendo Berlino (a ragione) che questa Unione serva soprattutto per “europeizzare” i debiti delle banche spagnole (e magari anche italiane e francesi).

    Ma l’obiezione principale – e assai piú grave – ha un carattere sostanziale: l’Euro NON è un solo tema economico-finanziario, ma è PRIMARIAMENTE un grande progetto politico. E’ uno strumento creato appositamente, consapevolmente, per imporre – a colpi di crisi economiche e finanziarie, piú o meno pilotate – l’unificazione politica dell’Europa.

    E’ un progetto che si nascondeva (letteralmente) già nelle pieghe dei primi trattati comunitari e che affonda le sue radici nei primi anni del dopoguerra, quando si presentò (generata dalla “guerra fredda” e dalla – vera o presunta – minaccia sovietica) l’inevitabile necessità di lasciar rinascere economicamente la Germania sconfitta. In tanti – ma soprattutto Parigi – non volevano questa rinascita e l’accettarono solo a patto di chiudere il futuro “gigante economico” tedesco in una “gabbia” politico-militare che ne escludesse, a priori, qualsiasi ipotesi di recupero di sovranità reale. Da quell’esigenza nacque la CECA, poi il MEC e via di seguito – il tutto accompagnato (in Germania) dallo Statuto d’occupazione delle Potenze vincitrici, poi – e solo parzialmente – sospeso (non “revocato” o “abolito”!) con il “trattato di riunificazione” del 1990.

    L’UE e l’Euro non sono quindi uno strumento egemonico della Germania – come spesso si sostiene in Italia – bensí esattamente il contrario: sono espressione della “sovranità limitata” imposta alla Germania a partire dal 1945. Il fatto che l’oligarchia tedesca – Merkel & Co., banche e grande industria – ne tragga profitto non sposta di una virgola il discorso: il conto viene (e verrà sempre piú) pagato dal popolo tedesco, per non parlare della Germania come nazione.

    Ma anche al di là di questo aspetto specifico, relativo alla Germania, l'”Europa” si sta sempre piú trasformando in un progetto finalizzato a sopprimere le strutture ed identità nazionali, abolendone di fatto la sovranità e fondendole in un calderone gestito da un gigantesco apparato amministrativo sostanzialmente apolide (“Bruxelles”). E’ un progetto storico e globale – premeditatamente a danno, a mio avviso, dei popoli europei.

    Per queste ragioni l’Euro, una moneta “sintetica” basata su presupposti assurdi e insostenibili (moneta unica per Paesi come Cipro & Grecia da un lato, e Olanda & Germania dall’altro!) “non può fallire” – e Draghi, o chi per esso, farà “tutto il necessario” per salvarlo.

    Il “necessario” sarà, inevitabilmente, una svalutazione permanente a colpi di “interventi” della BCE: migliaia di miliardi di euro “stampati” a discrezione per garantire il finanziamento degli Stati deboli e delle grandi banche in difficoltà. Ma le migliaia di miliardi “supplementari” non eviteranno l’aggravarsi della crisi – che continuerà a servire, all’oligarchia (o plutocrazia?) di Bruxelles, per imporre via via sempre piú sostanziali riduzioni di sovranità. Fino alla radiosa nascita degli “Stati Uniti d’Europa”…

    Chi non è d’accordo, è un pericoloso “populista”. E nel nome del “bene comune”, cosí saggiamente disegnato dalle “menti illuminate”, anche i “populisti” devono essere indotti ad imboccare e seguire la via da loro indicata. Il popolo, cosí ottusamente riottoso, deve essere costretto – ovviamente per il suo bene! – ad accettare, volente o nolente, questa scelta “illuminata”: costi quello che costi.

    Questa è – a mio avviso – la vera chiave di lettura della situazione odierna. Una “chiave” che non lascia che un’alternativa: quella di uscire dall’Euro, costi – appunto – quello che costi.

  • lombardi-cerri:

    L’ingresso dell’Italia, nell’area euro, fa parte di quella categoria di furbate che, nei lustri, hanno fatto apprezzare (in senso negativo) questo infelice stivale.
    Infatti ‘Italia è entrata nell’area euro con l’unico e preciso scopo di trovare qualche gonzo (inteso come nazione) che le pagasse in tutto o in parte il debito pubblico raggiunto attraverso anni di folli spese.
    Questo tentativo è abortito perchè, come era prevedibile, le nazioni europee non sono costituite da allocchi.
    Le nazioni come germania e Francia ci hanno restituito con gli interessi il tentativo di sfruttarle, ponendo vincoli micidiali.
    Risultato: siamo al dunque Ed è vano oltre che sciocco, dare ccolpe inesistenti, specialmente alla Germania.
    Che le altre nazioni europee abbiano mirato ai propri interessi, rientra nell’ordine naturale delle cose ,quindi le colpe sono , in realtà, interamente da addossare all’Italia la quale, oltretutto, tenta ancora di scantonare.
    Su preciso obbligo dell’Europa ha infatti aumentato ( e non di poco ) la pressione fiscale, ma fa finta di niente quando si tratta di affrontare il problema del drastico taglio delle SPESE INUTILI, che rappresenta il nocciolo della questione.
    In conclusione: vale la pena di uscire dall’area euro ?
    Penso proprio di no!
    Se dovessimo uscire, infatti, i nostri folli capoccioni avrebbero pronta una soluzione simile ad un incremento delle tasse: inflazionare con tassi a duecifre che punirebbero , come al solito,i risparmiatori, ossia le formiche premiendo le cicale che pagherebbero i loro debiti con carta straccia.
    Rimaniamo allora in Europa ?
    Si, ma ad una condizione : invece di correre dietro ai sogni normalizzare e semplificare , tutti insieme Leggi e Regolameti , settore per settore, a cominciare dalla Giustizia.

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