Due articoli dal Corriere del Ticino

Proponiamo due articoli di Osvaldo Migotto – importante giornalista ticinese – apparsi recentemente sul Corriere Del Ticino.

  1. Italia «II federalismo contro gli scandali» (Corriere del Ticino del 16/10/2012)
  2. UE, quando il cittadino perde voce in capitolo (Corriere del Ticino del 25/10/2012)


Italia «II federalismo contro gli scandali»
Intervista al politologo Stefano Galli. critico nei confronti del progetto del Governo di Mario Monti che punta a riattribuire allo Stato alcune competenze regionali dopo i gravi abusi venuti a galla
Sulla scia degli scandali che hanno coinvolto politici e funzionari di alto rango di alcune Regioni italiane, l’ultima in ordine cronologico è la Lombardia guidata dal governatore Roberto Formigoni, il Governo Monti intende riconfigurare i poteri delle Regioni, riattribuendo allo Stato centrale alcune competenze regionali. Un progetto che ha già suscitato delle critiche, anche perché il tempo a disposizione prima delle elezioni politiche del 2013 è limitato. Sulla questione abbiamo sentito il parere di Stefano Galli, politologo e docente di Storia delle dottrine politiche all’Università statale di Milano.
 
Come valuta questo progetto?
«Sicuramente i tempi sono stretti per portare avanti un tale piano. Sono inoltre convinto che progetti che invertono una linea di tendenza consolidata da almeno una ventina di anni nella politica italiana, meriterebbero un dibattito molto approfondito piuttosto che un raid in Consiglio dei ministri. Ci troviamo nel mezzo di una politica che è stata condivisa dalla destra come dalla sinistra, e ora non si può modificare con delle ricette che il Governo estrae da un cassetto, assicurando che con la loro applicazione le cose funzioneranno meglio».
 
Con questa iniziativa il Governo vuole dare una risposta agli scandali che sono recentemente venuti a galla in alcune Regioni. Cosa manca secondo lei, a livello di controllo, sia a livello regionale che locale?
«II primo problema che riscontro è che sono stati sollevati dal proprio incarico degli organi, come il comitato regionale di controllo, che avevano delle funzioni specifiche, e tutto è stato rinviato alla Corte dei Conti. Ebbene, per la Corte dei Conti intervenire nel merito è molto più complesso di quanto non lo sia per un comitato di controllo territoriale che vede più facilmente gli sprechi e può sorvegliare con particolare attenzione quello che avviene intorno a sè. Quindi sono state tolte le vecchie strutture di controllo e quelle nuove non funzionano. Il secondo problema riguarda la mancanza di omogeneità tra centro di spesa e centro di prelievo. Mi spiego: quando nella Regione Lazio si sono aumentati da un milione e mezzo a 14 milioni di euro i rimborsi ai gruppi politici, se quei 14 milioni arrivano dalle risorse che lo Stato gira alle Regioni, è evidente che nessuno batte ciglio. Se invece quei 14 milioni avessero dovuto essere trovati attraverso le risorse che le Regioni gestiscono con la loro fiscalità, allora il problema sarebbe stato diverso».
 
In che senso?
« Nel senso che a quel punto la Regione Lazio avrebbe dovuto aumentare le tasse e spiegare ai cittadini perché si stava comportando cosi. Quindi trovo scandaloso che a un certo punto tutti abbiano detto, ‘basta finiamola con il federalismo’. Come se il federalismo fosse il centro del problema. In realtà ci troviamo di fronte a un problema di persone, un problema di partiti che non selezionano più una classe politica di qualità, non hanno più le vecchie scuole quadri, ad eccezione della Lega. In passato invece i militanti comunisti che andavano all’Istituto di studi comunisti avevano il senso delle istituzioni, dello Stato e del pubblico denaro. Ora lo Stato è diventato una vacca da mungere. Adesso si punta il dito contro il federalismo, ma non trovo corretto definire federalismo dei processi di decentramento molto contraddittori: fughe in avanti e poi ripiegamenti. In realtà ci troviamo di fronte a una forma di regionalismo in attuazione del principio di autonomia della Costituzione repubblicana».
 
Ma la Lega che è stata il bastione del progetto federalista deve sentirsi in qualche modo responsabile per la mancata attuazione?
«Secondo me no, in quanto il disegno della Lega era ed è la vera federalizzazione del Paese. Poi per ovvie ragioni di consenso politico tutto è stato ammorbidito. Ora gli scandali scoppiano in quanto non ci troviamo di fronte a un vero federalismo.»
 
Nella situazione attuale per la Lega sarà molto difficile portare avanti il discorso federalista nelle elezioni del 2013?
«No, se si riesce a spiegare che gli scandali e le ruberie sono avvenute sia per la disonestà dei singoli, sia perché quello che è stato realizzato non è vero federalismo . E inoltre si chiarisce che il vero federalismo serve a far funzionare meglio gli apparati burocratico-amministrativi e a creare una forma di democrazia più prossima al cittadino . Bisogna comunque prendere atto che a due terzi del Paese dell’autonomia non importa nulla, in quanto per molti è più comodo attingere sempre alle casse dello Stato centrale».
Osvaldo Migotto


La crisi della democrazia
UE, quando il cittadino perde voce in capitolo
L’Unione europea ha favorito per decenni la pace e la stabilità nel Continente. Ora però la strategia del rigore imposta da Bruxelles rischia di creare forti tensioni
Qual è lo stato di salute della democrazia in Europa, alla luce delle direttive sempre più severe che dai palazzi di Bruxelles vengono impartite ai singoli Governi nazionali quale antidoto alla crisi dell’euro e all’eccessivo indebitamento pubblico? In Italia vi è chi ironicamente parla di stato di occupazione, riferendosi alle dure politiche di austerità che il Governo Monti ha dovuto adottare «su imposizione dell’UE». In Grecia la soffocante politica del rigore imposta da Bruxelles «su ordine di Berlino» , come molti cittadini ellenici sostengono, oltre ad aver portato a livelli preoccupanti il tasso di disoccupazione e ad aver ridotto in modo sensibile il tenore di vita di numerose persone, sta favorendo l’ascesa del numero di simpatizzanti dell’estrema destra e dell’estrema sinistra. Una chiara espressione della mancanza di fiducia nei confronti dei tradizionali partiti di Governo, responsabili, in passato, dell’allegra gestione della cosa pubblica che ha portato alla preoccupante voragine nelle casse dello Stato ellenico. Anche in Spagna le importanti misure di austerità adottate dal Governo Rajoy su indicazione di Bruxelles hanno portato a una sensibile caduta dei consensi sia nei confronti del nuovo capo del Governo e dell’Unione europea. Non solo; i notevoli sacrifici imposti al Paese da Madrid per riportare ordine nei conti pubblici stanno favorendo nuove e più intense spinte indipendentiste.
 
Per motivi di spazio ci fermiamo qui, ma il malcontento dei cittadini in Europa non riguarda solo Grecia, Italia e Spagna. E ora che Herman Van Rompuy, il presidente permanente del Consiglio europeo, ha anticipato che «nei prossimi mesi andremo a toccare il tabù della sovranità (degli Stati UE ndr) », è facile immaginare che il fronte degli euroscettici salirà sulle barricate.
 
Col passare degli anni e con l’avanzare del processo d’integrazione europea, i campi in cui i singoli Stati membri hanno ceduto competenze a Bruxelles nel nome di un potere sovranazionale condiviso in grado di portare benefici a tutti sono via via aumentati. Ma se ora tra i cittadini europei, o almeno tra una parte di essi, prende piede la convinzione che a Bruxelles le decisioni prese vadano a beneficio di determinati Paesi, mentre danneggiano i’interesse di altri, i motivi di attrito sono destinati ad aumentare.
 
È esagerato allora parlare di crisi della democrazia? In ogni Paese europeo quando un Governo si presenta alla fine del proprio mandato con un bilancio che agli occhi della maggioranza della popolazione appare negativo, grazie al ricorso alle urne è possibile cambiare la composizione del Parlamento e quindi, indirettamente anche la compagine governativa. A livello di istituzioni europee il discorso è molto più complesso. I cittadini dei singoli Stati scelgono i propri rappresentanti in seno al Parlamento europeo, unica istituzione UE eletta democraticamente, recandosi alle urne. Ma poi a prendere le decisioni che contano non è solo l’Assemblea di Strasburgo. Anzi, in alcuni casi tale organo legislativo non è neppure stato consultato da Consiglio europeo e Commissione europea su importanti questioni.
 
Ed è probabilmente anche per questo che in occasione dell’elezione del Parlamento europeo i tassi di partecipazione nei singoli Stati membri sono piuttosto bassi. Il complesso sistema decisionale del Club di Bruxelles sfugge a una buona parte dei cittadini europei. E cosi quando il Club di Bruxelles da vettore di sviluppo, come lo è stato per molti anni, si trasforma in un rigido sistema decisionale, così almeno è percepito da chi ne subisce le direttive, il consenso nei confronti dell’UE è destinato a crollare. Lo si è visto ad esempio in Italia, Paese dove in passato i consensi nei confronti dell’integrazione europea in passato erano tra i più alti in Europa, e ora, sono scesi drasticamente di pari passo con l’avanzare della politica del rigore caldeggiata da Bruxelles. Lo stesso discorso vale per il nostro Paese, dove, con il passare degli anni il fronte dei favorevoli a una futura adesione della Svizzera all’Unione europea è andato riducendosi man mano cresceva la convinzione che la complessa macchina burocratica europea poco si addicesse al sistema democratico elvetico basato sulla partecipazione diretta del cittadino al processo decisionale.
 
Se dunque guardiamo al processo d’integrazione europea dai primi passi mossi dai padri fondatori fino ai nostri giorni, cercando di individuarne le caratteristiche salienti e i benefici da esso portati al nostro Continente negli ultimi decenni, è più edificante guardare agli anni passati piuttosto che al presente. È in pratica quanto ha fatto il Comitato per il Nobel per la pace che lo scorso 12 ottobre ha attribuito, nella sorpresa generale, il prestigioso riconoscimento proprio all’UE.
 
Un’unione di Stati che sta attraversando il periodo più difficile della sua esistenza, a causa della grave crisi economico- finanziaria internazionale che sta mettendo a dura prova l’elemento più concreto finora scaturito dal processo d’integrazione iniziato una sessantina d’anni fa: l’euro. Quella moneta unica che, dopo aver ambito nei suoi anni migliori a rivaleggiare con il dollaro americano quale valuta pregiata di scambio nei commerci e nelle transazioni finanziarie internazionali, oggi vacilla sotto i colpi della persistente crisi economica e della speculazione finanziaria. L’aver portato a 27 il numero degli Stati membri del Club di Bruxelles ha ampliato il mercato interno europeo, ha offerto nuove possibilità di investimento, ma ha altresì reso più macchinoso il funzionamento delle sue strutture. Soprattutto in tempi di crisi economica, quando le risposte e le strategie di rilancio dovrebbero essere veloci e convincenti. Tale debolezza è venuta chiaramente a galla con l’affiorare, nel 2009, della crisi dei debiti pubblici. E la lunga crisi economica, dalla quale l’UE sta ancora cercando di uscire, ha finito per relegare i cittadini nel ruolo di spettatori passivi.
Osvaldo Migotto

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