QUANDO BIONDA AURORA

Proponiamo questo importante articolo apparso il 30 Luglio 2012 sul
CORRIERE DEL TICINO

 

Michele Fazioli

Michele Fazioli

di Michele Fazioli
Mettiamo (ma non è il caso) di dover pronunciare dopodomani un discorso del primo d’agosto. Che direi? Proverei a parlare della sostanza e della simbologia di questa nostra «svizzerità» così singolare: diversissimi per culture ed etnie, da secoli siamo tenuti insieme da una solidissima unità nazionale. Sem­bra un miracolo (nessun’altra nazione si permette un pluralismo simile) ep­pure funziona. Si può cercare anche di capire bene il perché di questa solidi­tà eccezionale dovuta non a una omo­geneità geografica (abbiamo le Alpi in mezzo) o a una sola lingua (ne abbia­mo quattro) ma a un lavorio secolare di eventi, concause, volontà. La storia ha costruito nel tempo e negli eventi (attraverso la Realpolitik di interessi, mediazioni, sicurezza) una tradizione di identità, una funzionalità naziona­le che trascende le diversità. Ed è cre­sciuto un forte senso di appartenenza, corroborato da valori e simbologie che forse oggi scricchiolano un poco. Infat­ti anche a voler prescindere dai miti di Gugliemo Tell e del Grütli, esistevano fino a pochi anni fa impasti solidissi­mi di cemento patrio: un esercito on­nipresente che coinvolgeva di anno in anno i cittadini soldati, tutti, fino alla mezza età (magari seccati ma anche in qualche modo fieri di quel rito iden­titario e organizzato), le gialle PTT e la rossa Swissair funzionanti, la quie­ta efficienza di banche e colossi farma­ceutici, prati ben tosati, cioccolato, oro­logi, alpi e trenini. Ora sono cambiate molte cose. L’esercito sta diventando sempre più selezionato e giovane, la Swissair è morta, le PTT si sono smem­brate, ci resta il pi-po-po degli autopo­stali, Swisscom è quasi una multina­zionale, gli orologi e persino il formag­gio Emmental sono globalizzati, le ban­che svizzere hanno conosciuto bufere di sostanza e di immagine. Per fortu­na tiene duro, come simbolo vivente, Roger Federer, che è un vero gentlemen vincente, affascina ed è reale, molto più di Heidi che è finta. Ma soprattutto a tenerci bene insieme c’era e nonostan­te tutto c’è ancora un benessere speri­mentato. Quando si sta bene, si va an­che d’accordo bene.
Anni fa l’editorialista romando Jacques Pilet, reduce da una visita nella ex Ju­goslavia dopo la guerra fratricida scris­se: «Se noi svizzeri fossimo stati pove­ri come quelle popolazioni, forse avremmo cominciato anche noi a com­batterci». Senza giungere a tanto, è ben vero che la tranquillità economica e sociale lustra la volontà di convivenza federale e multiculturale mentre la drammaticità del bisogno accende pau­re e diffidenze. E dunque sembrano esserci due condi­zioni irrinunciabili per continuare a essere svizzeri in modo persuaso e vin­cente: il federalismo e il benessere. Il fe­deralismo inteso come vitalità di au­tonomie ben calibrate (diversità nel­l’unità), il benessere inteso come ric­chezza economica e solidarietà socia­le: se è vero infatti che per ridistribui­re la ricchezza essa deve essere prima guadagnata, vanno difesi sia il princi­pio di sostegno all’economia e al capi­tale (senza più le diffidenze ideologi­che degli anni del massimalismo per cui ogni padrone era un potenziale ne­mico del popolo), sia il principio della solidarietà come attenzione alle fran­ge meno fortunate e come riequilibrio sociale e garanzia delle chances di par­tenza per tutti. Dopotutto è così bello essere svizzeri che vale la pena cercare di continuare a esserlo a lungo. Via ai fuochi d’artificio.


Lascia un Commento

VOCI DEL NORD ospiterà gratuitamente suggerimenti e scritti d'interesse generale inviati dai visitatori, i quali ne assumeranno l'esclusiva responsabilità ad ogni effetto di legge.

La Redazione

Categorie
Count per Day
  • 112716Totale visitatori:
  • 18Oggi:
  • 40Ieri:
  • 234La scorsa settimana:
  • 595Visitatori per mese: