Dalla BCE un altro cerotto per l’euro

Proponiamo un importante articolo apparso il 30 Luglio 2012 sul
CORRIERE DEL TICINO

IL COMMENTO di ALFONSO TUOR
Le dichiarazioni di Mario Draghi, secondo cui la Banca centrale eu­ropea è pronta a tutto per salvare l’euro, hanno radicalmente muta­to l’umore dei mercati finanziari ed hanno spinto molti a prevedere la fine della crisi della moneta unica europea. In effetti, i mer­cati azionari, che avevano cominciato la settimana scorsa con pesanti ribassi, si so­no ripresi e i rendimenti dei titoli di Stato spagnoli e italiani, che si erano inerpicati verso livelli insostenibili, sono diminuiti. I mercati finanziari sembrano credere alla ca­pacità della BCE di raffreddare la crisi an­che perché le parole di Mario Draghi sono state condivise dai principali leader euro­pei e disapprovate unicamente dalla ban­ca centrale tedesca. Le dichiarazioni di An­gela Merkel hanno indotto molti a ritenere che siano state superate le titubanze tede­sche e che ora esista una sufficiente coesio­ne politica a livello europeo per disinnesca­re la lunga crisi della moneta unica euro­pea. Ci si può dunque interrogare se siamo in presenza di una vera svolta.
Vi è più di un motivo per dubitarne. Il suc­cesso iniziale dell’annuncio di Mario Draghi deve ancora tradursi in interventi concreti te­si a calmierare i tassi di interesse di Spagna ed Italia. Le possibilità di intervento dell’isti­tuto di Francoforte sono notevoli. L’esperien­za degli ultimi anni dimostra però che fino­ra sono solo serviti ad evitare che la crisi pre­cipitasse e a guadagnare tempo. Infatti nel­la seconda metà dell’anno scorso la BCE ac­quistò più di 200 miliardi di titoli dei Paesi in difficoltà senza riuscire ad intaccare in mo­do significativo e soprattutto duraturo i loro rendimenti. All’inizio di quest’anno la BCE
iniettò nel settore bancario del Vecchio continente oltre 1.000 miliardi di euro, che hanno calmato il nervosismo dei mercati per pochi mesi e che soprattutto non si sono tradotti in crediti ad imprese e a famiglie per rilanciare la crescita economica. Allo stato attuale non è ancora nota quale strada concreta la Banca centrale europea intenda seguire per mantenere fede alla sua promessa. È comunque certo che se vorrà ottenere un significativo e duraturo calo dei rendimenti dei titoli di Stato spagnoli ed italiani l’intervento dovrà essere molto consistente e prolungato nel tempo. Le iniziative diplomatiche intraprese dagli Stati Uniti negli ultimi giorni e soprattutto il rallentamento della crescita americana, che nel secondo trimestre di quest’anno si è fermata all’1,5% (ossia allo 0,4%, usando i criteri europei), fanno ritenere plausibile che le mosse della Banca centrale europea verranno affiancate da nuove iniziative della Federal Reserve tese a rilanciare l’economia a stel le e strisce e a ridare vigore alla campagna elettorale di un presidente Obama in difficoltà proprio per gli insuccessi dell’amministrazione sul piano economico.
Ma anche se la Banca centrale europea e quella americana decideranno di utilizzare gran parte delle armi in loro possesso, i risultati saranno solo temporanei. Nella situazione attuale questi interventi di politica monetaria aiutano unicamente il sistema bancario e i mercati finanziari e si trasmettono in modo assolutamente insufficiente all’economia reale. In pratica, combattono gli eccessi della febbre, ma non aggrediscono la malattia che li causa, che si chiama in alcuni Paesi recessione ed in altri Paesi tassi di crescita troppo modesti. Nel Vecchio continente, in particolare, danno un temporaneo sospiro di sollievo a Spagna ed Italia, che potranno nel breve periodo superare la paura di vedersi di fatto negato l’accesso ai mercati dei capitali, ma non risolvono i loro problemi dovuti ad eco nomie che si stanno avvitando in una recessione sempre più profonda. Questi Paesi, che già oggi hanno difficoltà a rispettare gli obiettivi di risanamento dei conti pubblici concordati con Bruxelles, devono poi cominciare subito ad impegnarsi a rispettare il Patto fiscale sottoscritto per ridurre il loro debito pubblico al 60% del PIL nel giro di vent’anni. Nel caso dell’Italia ciò equivale ad attuare per due decenni manovre fiscali di una quarantina di miliardi di euro l’anno. Se questi parametri non verranno rispettati, sarà ben difficile convincere la Germania a giungere a quell’Unione bancaria e politica, ritenuta da Berlino la condizione imprescindibile di una condivisione dei debiti dei Paesi di Eurolandia.
In conclusione, la discesa in campo della Banca centrale europea servirà unicamente ad evitare che la crisi scappi di mano, come sembrava stesse succedendo all’inizio della settimana scorsa. Essa permette pure di guadagnare tempo per riprendere il filo della discussione politica sulle reali possibilità di salvare la moneta unica europea.

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