Il Debito Pubblico

di Gianfranco Capponi


Ci siamo mai chiesti quale sia l’origine dei guai economici del nostro Paese?
Come si è formato questo gigantesco debito pubblico e quale ne è la causa?
E soprattutto: cui prodest ? Chi ne trae vantaggio?

 
Vediamo i fatti.
Sono decenni che viviamo sull’orlo della bancarotta, sempre tamponata con nuove tasse, mai con la riduzione delle spese improduttive.
Il potere politico ha il controllo incondizionato dei media ed è formato da persone che devono la propria elezione al partito, al quale solo devono rendere conto. Di qui l’origine di una irresponsabilità sulla spesa pubblica, decisa da persone che sanno di non dover rendere conto al popolo, che invece deve solo pagare il conto.
Altrimenti non avrebbero mai approvato una legge come quella dei “rimborsi” elettorali che ha garantito ai partiti entrate assolutamente ingiustificate. E questo subito dopo un referendum che li aboliva: fatto significativo dell’importanza che viene attribuita alla volontà popolare.

 
Il cittadino votando non influenza la politica. Deputati e senatori hanno raggiunto un accordo nell’aumento incondizionato della pressione fiscale per compensare un deficit astronomico determinato da spese improduttive per miliardi di euro, che nessun cittadino avrebbe mai approvato: per le nuove province, tanto per fare un esempio. A Roma noi non abbiamo dei rappresentati democratici, ma una casta di persone inamovibili che tutelano solo gli interessi loro personali, di gruppo e delle lobby a cui devono la loro posizione. Hanno anche il potere di mettere nei consigli “democraticamente eletti” le proprie amanti ed i figli deficienti.

 
La causa di tutti i mali è attribuita in maniera martellante ed ossessiva a quella parte dei cittadini che non paga abbastanza, questo per evitare che emerga la vera causa del dissesto: le enormi spese improduttive. Guai a toccare gli interessi delle lobby: quella militare per esempio (12,5 miliardi di euro spesi per nuovi bombardieri, 600 generali e 12.000 colonnelli da mantenere), lobby politica: province, finanziamenti, prebende e privilegi.

 
Lo stato drena le risorse finanziarie che vengono così sottratte alle attività produttive aggravando le crisi.
Il dissesto economico che ne deriva serve per giustificare un vero e proprio stato di terrorismo fiscale: richiesta di delazioni, obbligo dei negozianti di denunciare che fa acquisti costosi, raccolta di ogni informazione sulla vita economica (e quindi anche personale) di tutti. Tutte notizie che convergono in un mega archivio informatico forse più completo di quello della STASI della ex Germania comunista, paese magari ancora ideologicamente vicino alla formazione politica del nostro presidente della repubblica.

 
Siamo ridotti al livello di pecore da tosare, minacciare e imbesuire con trasmissioni idiote. Cosa possiamo fare per rimediare? Non lo so.
Io non voto: intendo così togliere anche quella parvenza di legittimità su cui si basa il loro potere. Tanto, il mio sarebbe solo il voto di un paria che non interessa proprio a nessuno!

 

 

Un Commento a “Il Debito Pubblico”

  • Marino Riccardi:

    Concordo al 90% con quel che e’ scritto. Ma quale e’ il 10% di critica? In realta’ non e’ una critica, ma una integrazione.
    Siamo in “recessione”, ossia non c’e’ domanda, le imprese chiudono e aumenta la disoccupazione. E il Mago (Monti e tutti quelli che lo hanno seguito) che fa? Aumenta le tasse. Ossia cura la congiuntivite con impacchi di gasolio. Gli occhi escono dalle orbite. E’ quel che succede nella nostra economia in recessione. La recessione aumenta e aumenta la poverta’.
    Vorrei anche esprimere accordo col disprezzo che questa classe politica esprime verso la volonta’ popolare. Mi trattengo. Anche se vorrei delineare una soluzione. Mancano Partiti costruiti dal basso (e non dall’alto come oggi), con il popolo di iscritti che discute la linea politica, seleziona la classe dirigente e la propone nelle candidature delle elezioni politiche, mediante il voto di preferenza. Ma che dire della UE e dell’Euro? Questa e’ la vera causa della nostra recessione. Ne parliamo ancora.

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