Integrazione impossibile

di Carlo Manfredini

Anche se si creano ad arte nuovi ministeri per la cooperazione e l’integrazione, la cooperazione non si può fare perché non ci sono soldi, e l’integrazione, anche se con altri si verifica, di fatto è impossibile per i musulmani.
In Lombardia c’è un quarto di tutti gli immigrati in Italia.
Straniero è un milanese su 5, cioè il 20 per cento compresi gli irregolari: percentuale altissima per una convivenza pacifica tra le varie comunità e con gli italiani.

Nonostante la crisi, la Lombardia continua ad essere vissuta dagli immigrati come il luogo migliore in cui inserirsi.
Ma è più difficile trovare lavoro. La comunità più numerosa è quella romena, segue quella marocchina…

Nel prossimo futuro, il destino dell’Italia si deciderà sulla questione dell’ immigrazione, specialmente musulmana, e molto dipenderà anche da come verrà affrontata e gestita all’interno del mondo cattolico.
Verso la fine degli anni ottanta, ci fu una invasione dal Senegal, organizzata dalle autorità musulmane di quel Paese, dei cosiddetti vu’ cumpra’.
Eppure, un appello a favore di una società multietnica e multiculturale è stato lanciato da una eminente personalità religiosa cattolica, a Pasqua del 1989, sulla prima pagina del Corriere della Sera.
Non a caso, nei primi anni novanta, la Fondazione Adenauer paventava una terza guerra mondiale come guerra di religione.

Non possiamo dire solo che l’immigrazione è una risorsa, e che non è un problema di sicurezza.
Il costo di una società multirazziale è altissimo in termini letteralmente di “lacrime e sangue”, e non è pagato dai capi anche religiosi che organizzano o favoriscono questi movimenti migratori, ma dalla gente comune in tutti i Paesi coinvolti.
Oggi assistiamo nelle parrocchie della periferia di Milano all’invito fatto da sacerdoti ai loro fedeli a festeggiare il giorno della fine del Ramadan coi musulmani o a partecipare ad incontri serali in parrocchia sul dialogo tra cristiani e musulmani.

E’ un atteggiamento incoraggiato da istituzioni ecclesiastiche che, disponendo di molti mezzi anche pubblici, non si limitano alla benemerita assistenza ai bisognosi, ma influiscono sull’approccio di una parte prevalente del variegato mondo cattolico, e non solo.
Questa situazione è aggravata dalla ostinata, e forse ideologica, propensione al dialogo religioso fondata sulla ricerca di valori comuni.
Ma è difficile pensare che queste iniziative non si prestino in realtà a risvolti sociali.
Perché ci sia un dialogo tra persone bisogna che le due parti sappiano di che cosa stanno parlando.

Se gli italiani non conoscono la dottrina cattolica, vuoi perché non frequentano le chiese, vuoi perché la si insegna poco agli adulti, di che dialogo potrebbero essere capaci?
Allora questa idea del dialogo interreligioso non potrebbe avere il risultato di un’iniziativa di natura politica per farci accettare ad ogni costo questa immigrazione, ottenendo un’integrazione al contrario, cioè che dei cristiani diventino musulmani, come è avvenuto in America?
Anche nei campi cosiddetti comuni, le differenze sono importanti e notevoli, e i fatti che succedono ogni giorno lo dimostrano chiaramente.

Alcuni sacerdoti prestano strutture parrocchiali, quando è risaputo che i musulmani nei luoghi di aggregazione fanno anche politica.
Si tratta di due civiltà molto diverse e, a lungo andare, anche a motivo dell’incremento demografico dei musulmani, la nostra società potrebbe finire per perdere la sua identità culturale, non solo religiosa, ma anche civile.

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La Redazione

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